20121111

160 battiti

Capita di stare a sinistra, ormai è da anni che so come funziona e prima o poi capita a tutti
Può essere che stia pensando quando all'improvviso un fastidio mi desta.
Cazzo... è arrivato il re!
Siamo in tanti stasera e non mi sembra giusto.
Non dovrei farmi prendere dall'istinto, dovrei fare la brava bambina e fare come il re si aspetta che faccia, ma io sono io, anche nella stupidità.
Faccio finta di niente, si accorgerà di come stanno le cose e mi lascerà in pace fino a nuove possibilità per entrambi.
Mi sbaglio, non mi molla e continua a pretendere.
Fastidio.
Valuto velocemente tutti i pro e i contro dell'idea malsana che ho in mente e poi lo faccio, bruscamente e all'improvviso.
Hai capito testa di cazzo? Vedi di startene calmo perché rischi parecchio. Ti è andata male per adesso ma appena decido che lo potrai fare, lo farai.
Non posso fare a meno di guardarlo spesso, voglio solo accertarmi che gli sia bastato, e infatti mi sta cautamente lontano.

Massive: non c'è ascolto migliore dopo una sottile riuscita
Il rollio che fino ad un attimo prima mi eccitava adesso mi rilassa. Ascolto il suono come d'abitudine, se c'è bisogno di me sono qui apposta, ci guadagnamo entrambi.
Una volta va bene, la seconda ti faccio capire che intenzioni ho, ma alla terza...
Passo al piano B.
Con un po' di fortuna mi prenderò un'altra lieve soddisfazione.
Devo fargli credere che ha vinto, che lui è forte, potente, aggressivo, e io invece ho tanta tanta paura...
In realtà ne ho, parecchia, ma ho imparato a canalizzarla a dovere e trasformarla in fermezza.
Si tratta di minuti, frazioni di secondi e ormai è troppo tardi per cambiare idea. Non voglio cambiare idea.
Attendo il momento propizio (soprattutto per lo scopo che ho in mente) e lo faccio avanzare.
Nonostante la scarsa luce cerco di farmi un'idea del soggetto, potrebbe non servire a niente ma è meglio essere prudenti, ci sono varie tipologie di teste calde animati da istinti diversi.
Prudenza...che ironia la mia.
Mezza età, ben piantato, non mi degna di uno sguardo ma è una finzione, lo so. Nel 99 % dei casi l'indifferenza è una tattica che si impara a riconoscere da apparenti, insignificanti indizi.
Adesso che sei dove volevi stare è tutto a posto vero? Col cazzo, adesso tocca a me.
Sapore di adrenalina liquida, freccia a sinistra, accellero, scalo e lo raggiungo.
Lampeggio e lampeggio e lampeggio ma ti prego non ti muovere, voglio fartelo sentire... Dimmi cosa provi a fare la femmina... Non sarà grosso come il tuo ma le palle ci sono, belle tese e fertili.
Mi lascia passare.
Peccato.
160-150-140-130 battiti.
Il mio cuore decellera.

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20121102

Mosca

Di Micheal Jackson ne avevamo parlato così, tanto per sciogliere il ghiaccio, non era poi tanto importante che a me non piacesse per svariati motivi, ma lui sentì il bisogno di farmi cambiare idea.

Ero stanca. Dopo quattro anni filati di libera lotta mentale sentivo il bisogno di rifugiarmi in un luogo virtuale defilato e anonimo. Mi soffermai ad osservare per qualche giorno un social di seconda categoria e, quando capii che sembrava fosse fatto apposta per utenti fuggiti dal ghetto, mi aggregai.

Mosca è una città puttana. Troppo diversa da me, si divertiva a spengere i miei focosi entusiasmi con secchi di acqua gelata. Prima mi attirava in rifugi semi luminosi (poiché la troppa luce non fa per me), mi convinceva a restare, mi baciava dolcemente il collo, me lo cingeva. E poi stringeva. Mi osservava soffocare mentre scalciavo e piangevo e solo allora decideva di lasciarmi andare.
Tanto lo sapeva già che sarei tornata.
E il gioco ricominciava.

Attirò ben presto la mia attenzione con i suoi pensieri carichi di pioggia e la sua intimità incomprensibile. Mi sentivo "pedinata" ma davo la colpa al mio passato ed alla paura di essere diventata irrimediabilmente paranoica.
In punta di piedi, con la leggerezza di un acrobata, si insinuò nel mio monolocale virtuale. Mi osservava da una porta socchiusa, dalla finestra di fronte nascosto da una tenda consumata, mentre io facevo finta di non aver capito.

Mosca mi aveva trovato anche lì. Aveva preso altre forme ma io l'avevo riconosciuta e già mi sentivo bagnare tra le gambe. Decisi di attaccare per difendermi, io con la spada sempre pronta, la lucidai e attesi la sua mossa.
Dolcissima e decisa mi porse il fodero ma prima la accarezzò, si tagliò appena e mi offrì una goccia del suo sangue.
La lasciai lì, da sola, ostentando una falsa sicurezza e altera me ne andai.
Tanto lo sapevo già che sarebbe tornata.

Lui era lì, mi aspettava e mi invitava a giocare. Lasciala stare Mosca, mi diceva, scendi con me, c'è un posto che ti voglio mostrare, vieni a vedere come sono io.
Le (sue) scale in discesa erano ripidissime, dovevo aggrapparmi alle pareti per non cadere rovinosamente a terra. Scendevo piano piano e pensavo che stavolta no, non avrei avuto la forza di rialzarmi ancora, non in quel momento.
Il suo io era scuro più della notte più nera e gli servivo per fare luce, ma una parte di lui era tentata di imprigionarmi lì, spegnermi e rendermi simile. Sembrava che mi conoscesse, che sapesse dei miei maestri mafiosi, feccia della peggior specie, sapeva che mi avevano allevato a bastonate e quanto fossero stupiti ogni volta che mi rialzavo e mi rimettevo nuovamente in posizione di combattimento. Avanti, colpite!

Mi feci aspettare parecchio, lui con la valigia già pronta non ebbe difficoltà a convincermi e partimmo: Mosca.
Non ci volevo credere.
Mi lasciai avviluppare in un abbraccio morbido e tristissimo e in quel momento, forse, lo avrei seguito fino all'inferno.
Ma lui mi accompagnò sulla soglia e mi chiuse piangendo la porta in faccia. Me ne andai sapendo che non aveva avuto il coraggio di dannarmi ad un destino di amore e morte e lasciò una canzone al posto suo.
Lo amai disperatamente per un momento.

Non ti fidare mai di Mosca, è una squillo di lusso che ti invita a godere, gettandoti in un letto sfatto con altri come te, ma lei non partecipa. Mai.

Boia.

Non ricordo più come si fa a postare sul blog.

20110123

(Ennesima) Resa dei conti

Vorrei scrivere che ti odio ma non è vero.

Anzi io ti odio.

Non ti sopporto più.


Depeche Mode - Never Let Me Down Again (12'' Version)
Caricato da Dmode59. - Guarda altri video musicali in HD!

20100510

Quegli amori che

Quegli amori fatti di dubbi sofferenze prevaricazioni vissuti giorni per giorno quegli amori che ti amo ma ti odio quegli amori che ti odio ma ti amo acqua sul fuoco quegli amori che mi accontento di poco quegli amori che ma vaffanculo quegli amori che è una ragazzina mi ci diverto un po' quegli amori in cui tutti devono dire la loro nessuno si fa gli affari suoi quegli amori che mi piace solo lei quegli amori che mi piace solo lui quegli amori impossibili trascinati sognati vissuti male ma non se ne può fare a meno quegli amori che non lo sai ancora se è amore quegli amori che ti penso quegli amori che ti penso ma non mi muovo quegli amori che io proprio non lo capisco quegli amori che bastarda quegli amori che cretino quegli amori che tanto le donne sono tutte puttane ma la mia mamma no mica è una donna è una santa quegli amori che lui non ti merita quegli amori che lei ti farà solo soffrire quegli amori che ti vorrei da impazzire qui adesso solo per me quegli amori ma che cazzo dice quegli amori che mi sei mancata ma non te lo dirò mai quegli amori che siamo uguali ma non te lo dirò mai quegli amori che l'uomo sono io e comando io quegli amori che ho una mia dignità quegli amori che è troppo possessivo quegli amori che basta non gli parlo più quegli amori che mi allontano tanto non gliene ne frega niente quegli amori che vorresti sparire quegli amori che cazzo quanto sei bello quando sorridi quegli amori che faccio finta che non ci sei quegli amori che amico hai capito male a me non me frega niente di quella lì quegli amori che avevo un piano ma è andato tuttto storto quegli amori che carattere di merda quegli amori che non è ancora il momento quegli amori che c'ho paura quegli amori che anch'io c'ho paura quegli amori che ti metto alla prova quegli amori che fammi un piacere provaci e vedi se ci stà quegli amori bugiardi quegli amori che ti sento quegli amori che come potrei mai fidarmi di te quegli amori che sembra ma non è quegli amori che è ma non sembra quegli amori che sono esigente quegli amori che ripicche e dispetti quelli amori che non hai capito il perché quegli amori che non lo sai neanche tu cosa vuoi quegli amori che un giorno mi va il giorno dopo non lo so quegli amori che non andiamo d'accordo quegli amori che facciamo scintille quegli amori che tanto l'ho capito che lo fai apposta quegli amori che se fossi qui sapessi che ti farei quegli amori che faresti meglio a dimenticare quegli amori che lo so che alla prima occasione mi tradirai quegli amori che non ce lo diremo mai quegli amori che la invito fuori ma io poi invento una scusa e non ci vado quegli amori che sono ancora in tempo per fare a meno di te però... quegli amori che forse... quegli amori che è meglio così quegli amori che sarei così uomo che ti farei vedere io quegli amori che mi fai stare bene quegli amori che sei un egoista quegli amori che me lo merito quegli amori che ti vorrei dominare ma se lasci che lo faccia non mi piaci più quegli amori che ti ho sognato ma non l'ho detto a nessuno così forse si avvera quegli amori che mi fa diventare pazzo quegli amori che qui lo dico e qui lo nego quegli amori che non ti sopporto più quegli amori che se non ci sei tu non mi diverto mi manca qualcosa quegli amori che ci penserò quegli amori ma che me ne frega io sto bene anche così quegli amori che le fantasie che ho non avrei il coraggio di raccontare quegli amori che tutto è permesso quegli amori che faccio il doppio triplo gioco quegli amori che ti stai sbagliando quegli amori che ancora non hai capito niente quegli amori che ne sai tu di quale sia la verità quegli amori che combatterò quegli amori che chissà come sarebbe quegli amori che sono proprio un'ingenua quegli amori che piedi di piombo quegli amori che prima di darti una soddisfazione quegli amori che ti difendo da chi ti vuole male e neanche immagini quante volte l'ho fatto quegli amori che gli anni passano quegli amori che ho bisogno di tempo quegli amori che non mi faccio domande quegli amori che preferisco non capire se ti voglio bene o no quegli amori che ma certo che ti voglio bene quegli amori che mi sono affezionata quegli amori che non potremmo mai essere amici quegli amori che razionalità quegli amori che non saprei gestire ma vorrei provare quegli amori che tutto quello che scrivo quà dentro può essere usato contro di me quegli amori che me ne vado e ti ritrovo dappertutto quegli amori che secondo me sei malato di mente quegli amori che smettila di seguirmi quegli amori che voglio la mia libertà tu ce l'hai e io no quegli amori che se so che ci sei mi sento al sicuro quegli amori che non posso tornare indietro quegli amori che mavaffanculo per l'ennesima volta quegli amori che non credere che non ti ucciderei se mi pesti i piedi quegli amori che mi piace farti fare bella figura di fronte agli altri quegli amori che non mi piaci quando sei aggressivo quegli amori che ci sono troppo interferenze quegli amori che non si deve mai dire nè far intuire quegli amori che lasciami sola e vattene una buona volta quegli amori che ma che fine hai fatto quegli amori che e se finiamo a letto e faccio cilecca quegli amori che se lo tira troppo quegli amori ma chi si crede di essere quegli amori ecco la perfettina verginella senza macchia qegli amori che guarda la stronza come si diverte quegli amori che mi sento in competizione quegli amori che non vorrei che ti sentissi in competizione quegli amori che alla prima occasione ti cancello dalla mia vita rido di te e torno a fare il grande capo rispettato da tutti come una volta quegli amori sprecati quegli amori che ti meritavi di più ma non riesco a sciogliermi quegli amori che ti sbagli a lui non importa di te ma a me sì quegli amori che leggono tutto quello che scrivo eppure lo scrivo lo stesso e se perderò qualcosa vorrà dire che non ne valeva la pena meglio così quegli amori che ciccio di strada da fare ne hai parecchia quegli amori che davvero sei così immaturo quegli amori che ma allora davvero cerchi di farmi soffrire quegli amori che ti piacciono i preliminari o si passa direttamente al sodo quegli amori che sono pentito quegli amori che potessi tornare indietro quegli amori che ormai...quegli amori che lasciamo tutto come sta quegli amori che è impazzita quegli amori che ti prego non ti arrabbiare quegli amori che perché non provi a metterti nei miei panni quegli amori che non me ne frega un cazzo degli altri io sono io e non patteggio quello che provo perché è MIO.

quegli amori che...

all'infinito.

20100509

L'enigma della scatola di latta (1)

Julie, l’ho trovato. Era nell’ultimo cassetto della scrivania di papà, ripiegato con cura e riposto nella scatola di latta... te la ricordi? Il viaggio è stato interminabile e sono troppo stanca adesso per i particolari. Ci sentiamo domattina.
Un bacio.

Si soffermò qualche secondo a rileggere il testo della mail prima di inviarla, un testo essenziale e sbrigativo com’era il suo carattere. Finì con calma la sua birra guardandosi intorno. Non le importava niente di chi fosse con lei a condividere la solitudine in quel modesto locale di periferia e neanche le passò per la testa che qualcuno avrebbe potuto riconoscerla. Era attratta dai muri. Da bambina passava molto del suo tempo a fantasticare di fronte all’enorme parete bianca della sala da tè, quella che papà chiamava la stanza delle donne. Era per lei un infinito foglio bianco da colorare con le sue fantasie. Alle volte si immaginava un mare in tempesta con onde altissime e ne percepiva così profondamente la forza distruttrice che si spaventava. Eppure, puntualmente, ritornava ad immaginare la stessa potente natura. Altre volte, in giorni di attesa interminabili, vedeva apparire in mezzo a colline verdi e spoglie un solo albero con rami carichi e piegati dal peso di ciliegie sane e dolci: unico e irraggiungibile.
Si alzò dalla sedia lentamente e sentì un lieve battito alla tempia sinistra: c’era da aspettarsi l’ennesima emicrania con il peso di quella giornata così carica di tensioni. Ancora un piccolo sforzo e presto si sarebbe coricata nel suo letto di bambina. Sempre che riuscisse ad addormentarsi… Con grande forza di volontà aveva finalmente deciso di non portare con sé l’amico Johnny Walker. Ce l’avrebbe fatta, stavolta.

Lo squillo del telefono, una rapida occhiata alla sveglia: otto meno un quarto…troppo presto per essere un qualunque sabato mattina. Ma in fondo che importava? Tanto non aveva chiuso occhio tutta la notte. Pensava e ripensava alle parole da usare, a quale sarebbe stato il momento più giusto, a quando sarebbe arrivato quel momento. Non sopportava più quell’assurda situazione e ormai aveva deciso.

Coraggio.

Lo lasciò squillare un altro po’ per dare l’idea che stesse dormendo.
«Buongiorno amore. Scommetto che sei ancora a letto… come fai ad avere sempre così tanto sonno? Sei felice che ti ho svegliato? Ti ricordi che giorno è oggi vero? Sono così eccitata all’idea… pronto?». Una delle cose che proprio la mattina non sopportava era la voce squillante e acuta di Julie, quel suo entusiasmo perenne da eterna ragazzina innamorata. «Ci sono… scusami ma in effetti stavo ancora dormendo… a che ora è l’appuntamento?» «Alle dieci, di fronte al nuovo palazzo di Giustizia… che fai, mi passi a prendere?» E perché mai? Non ce n’era nessun bisogno visto che abitava nei paraggi «ma certo… che razza di domande fai? Ci vediamo da te»; «Ti rendi conto che oggi potrebbe essere il grande giorno? Ok, mi calmo e aspetto… ti amo.»
Si alzò di scatto, si spogliò velocemente di fronte allo specchio per osservare tutti i lati del suo corpo nudo: non male se non fosse stato per quell’accenno di pancia che rovinava l’intero panorama. Provò a trattenerla in dentro: tutta un’altra cosa.
E meno male che le donne trovavano il suo addome sexy… maledetta birra.
Mentre scendeva in garage per raggiungere l’auto, sentì dietro di sé una voce delicata che pronunciava il suo nome. Naturalmente l’aveva riconosciuta quella voce e sarebbe più giusto dire che non l’aveva mai dimenticata, ma il suo istinto avrebbe suggerito una poco onorevole fuga tanta era l’agitazione che provava.

Coraggio.

Si voltò. Marie occhi negli occhi meno di un metro distanti l’uno dall’altro: «Allora è vero che ci sei… com’è andato il viaggio?» chiese «Bè, a parte una temperatura costante di meno 25 gradi al sole, che non spiccicavo una parola della lingua locale e che il cibo era schifoso… direi benissimo.» Marie sorrise e anche se non avrebbe voluto farlo capire era decisamente contenta del suo ritorno. «Partirai ancora, immagino»; «Io? Non credo… devo parlarne in ufficio… cioè non è la vita che fa per me… comunque dovresti andarci anche tu in Cina, anzi se capita l’occasione giusta posso raccontarti la mia esperienza nei dettagli…»; «Ma certo che ci andrò, la prossima estate magari! Ci vediamo allora».
Era quello che voleva sentirsi dire. Lanciare il sasso e nascondere la mano era la sua specialità, ne aveva fatto una specie di tattica artistica del corteggiamento. Aveva sempre funzionato con tutte, perché con lei sarebbe dovuto essere diverso? «Sicuro che ci vediamo… siamo vicini di casa.» disse con tono indifferente mentre si avviava a scendere l’ultima rampa di scale. «Ah… Alex? Giovedì sera tutta la combriccola va al Royal… se non hai altri impegni puoi essere dei nostri».
Sì che ci verrei, anche adesso, soprattutto adesso.
«E chi lo sa? Da qui a giovedì… ciao».


La prima cosa a cui pensò era all’ufficio. Si sentiva insostituibile non per vanità, ma per pura sicurezza e amava troppo tenere la situazione sotto controllo perché non fosse il primo pensiero di quella giornata.
L’ìdea sarebbe stata quella di alzarsi velocemente, vestirsi, prendere quello che doveva e piombarsi in città. Aveva portato a termine quella che considerava a tutti gli effetti una missione e non sentiva alcun affetto per quella casa vuota. I ricordi che conservava erano solo quelli per suo padre e una breve infanzia felice. Julie se n’era andata presto a vivere in città esortandola a seguirla ma come avrebbe potuto abbandonare suo padre dopo quella sera?
Il telefono squillò alle 8 un quarto. Lo lasciò suonare e fece una doccia calda. In auto provò a chiamare Julie per avvertirla che tra meno di due ore sarebbe arrivata a destinazione ma prima voleva passare da Clarissa.
Se n'era andata come al solito senza dirle niente e stranamente cominciava a provare una sorta di rimorso per quell'essere sempre scostante e complicata.

Clarissa la vide parcheggiare la moto Honda nel vialetto e già non sapeva come comportarsi. Un mese senza avere uno straccio di notizia ma quello che più la faceva incazzare erano le prove del loro gruppo saltate per l'ennesima volta. Andò ad aprire la porta e l'aspettò sulla soglia.

Silenzio.

«Entra... ti sei cacciata nuovamente in qualche guaio? Che razza di fine hai fatto?». Si morse il labbro inferiore. Sapeva che con lei era perfettamente inutile fare domande, avrebbe parlato quando e se ne avesse avuto voglia. Odiava quel lato del suo carattere ma la conosceva da troppi anni per potersene lamentare.
Come previsto non ottenne risposta.
Andò in camera da letto, aprì il terzo cassetto dell'armadio e prese uno scialle di seta nero che lasciò cadere sul tappeto.
Preparò il caffé mentre sentiva insistente lo sguardo di Elisabeth che seguiva ogni suo movimento sempre in rigoroso silenzio, lo sguardo stanco.
La fece alzare e l'accompagnò nel soggiorno, le accarezzò il viso e le tolse lentamente la maglietta, la fece stendere sul tappeto e girare bocconi. Prese lo scialle di seta e le legò strettamente i polsi dietro la schiena. Arresa e docile, Elisabeth si lasciò spogliare completamente. Nel momento in cui il fazzoletto le bendò anche gli occhi si rilassò del tutto. Era troppo tempo che non sentiva le mani di Clarissa che la giravano sulla schiena, i suoi baci morbidi sulla pancia, le sue dita che le allargavano le gambe.

20100503

Giocando con il fuoco

Il sesso può essere mezzo di conoscenza, trasmissione di fiducia e tranquillità.

Nessuna fatica, nessuna minaccia, nessuna complicazione.

Amori erotici.

Amori sbagliati.

Amori?

20100208

Carnevale a Vaiano

Ringrazio calorosamente tutti i gentilissimi protagonisti di una giornata molto divertente.

Stefano


Il Tenente Sauro



Maurizio


Le majorettes Carolina, Teissa e Giada


Arianna


Sauro, Davide, Annarosa


Erika

20100122

Il gatto e il gomitolo




Favola di Nicola Lisi (1933)


Un gatto trovò un gomitolo di spago e presone con la bocca il capo si divertiva, correndo in qua e là, a veder rotolare la palla mentre si sdipanava.

Quando l'ebbe completamente disfatta si propose di rifare il gomitolo. Radunò tutto il filo ingarbugliato e poi vi saltò sopra ad annaspare ma, invece di riuscire nello scopo che s'era proposto, vi rimase impigliato con le zampe e non gli fu possibile di sortir da quella trappola...

Si dimostra la gran differenza tra il distruggere e il costruire, e com'è assai difficile il conseguire un tale doppio intento.



20100104

Gente di “Spirito” vs “Scarpe grosse”

Tratto da: Facezie, motti e burle del Piovano Arlotto (Ed. L.E.F.)

Al ritorno dal Casentino il Piovano Arlotto, una domenica sera alloggiò in una osteria a Pontassieve, tutto molle, stracco e pieno di freddo e di fango perché durante l'intera giornata non era mai finito di piovere e così tutta quella notte. Smontato da cavallo se ne andò vicino a un gran fuoco che gli aveva fatto l'oste, dove c'erano forse trenta contadini, perché in verità oltre a piovere, era freddo, e sempre, il giorno e la sera della festa, è loro usanza riunirsi nell'osteria a bere, giocare, e raccontare quelle loro novellacce e bugie.

Quella sera stavano fitti intorno a quel fuoco e quasi addosso al Piovano, di modo che il pover'uomo non poteva né asciugarsi né scaldarsi e nemmeno voltarsi, se non a malapena, e l'oste ed egli stesso avevano un bel dire: quei contadini non volevano andarsene.

Indignato, il Piovano pensò in che modo potesse allontanare quei villani dal fuoco. Cominciò a starsene malinconico e afflitto; non si rallegrava, non parlava, non motteggiava.

Di questo fatto molto si meravigliò l'oste, che sapeva che il Piovano di solito era sempre lieto e giocondo, mentre quella sera parlava appena, e disse: Piovano, che avete questa sera che siete così in estasi? Perché mi pare impossibile e contrario alle vostre abitudini e alla vostra natura: di solito sempre siete lieto e allegro. Se vi sentite male o avete qualche noia, ditelo, perché non c'è cosa che io e tutti i miei parenti non faremmo per voi - infatti l'oste pensava che avesse ricevuto una villania da qualcuno in Casentino, perché quei contadini sono uomini cattivi.

Il Piovano rispose: - Mi è capitato un caso disgraziato: da questo carniere mi sono cadute circa quattordici lire di moneta e diciannove fiorini larghi, ma spero di ritrovarne qualcuno, perché so di averli perduti a non più di cinque miglia di qui. In quel posto io ho bevuto, e nel montare a cavallo, a mezzo miglio da lì, dopo che ero sceso per fare un po' d'acqua, il carniere si stracciò a una bulletta dell'arcione e quei danari mi sono cascati a poco a poco da dove si è rotto il carniere, e so che per via del tempo nessuno mi è venuto dietro.

Voglio un piacere da te: che domattina di buon'ora, se non piove, tu venga come me, o che tu mandi chi vuoi, per ritrovarne qualcuno.

Non aveva finito di dire queste parole, che pian piano si videro partire quei contadini, a due, a quattro, a sei, e non restò nessuno, e tra loro fecero un certo pissi pissi e insieme si accordarono di andare a cercare quei denari per rubarli al Piovano.

E subito, con fiaccole, lanterne e cappe, incuranti del cattivo tempo, infatti pioveva forte, andarono in cerca di quei denari - tra loro c’era anche il figliolo dell’oste e due suoi nipoti -, che si ebbero la mala e pessima notte, e più di tre si buscarono bruttissime febbri. Il nostro Piovano stette ben largo vicino al fuoco e trionfò, e quei contadini trovarono i denari in sogno.

L’oste la mattina volle abbonargli il conto e desiderava andare ad aiutarlo a cercare, e non aveva capito che quei contadini erano già andati la notte.

20100102

Il Mio 2010



Tre rose appassite.



Piatto di lenticchie, ne avrò bisogno (photo by Buddhadharma).



Qualcosa di nuovo nascerà (photo by Guinnie).




Rose appassite (particolare).



Oblò di un aereo in volo (photo by Dantada).

20091220

E allora sono pazza: io ti amo! (Santo Natale 2009)




AMAMI COME SEI

(Mons. Lebrun)

"Conosco la tua miseria, le lotte e le tribolazioni della tua anima, le deficienze le infermità de tuo corpo; so la tua viltà, i tuoi peccati, e ti dico lo stesso: Dammi il tuo cuore, amami come sei...

Se aspetti di essere un angelo per abbandonarti all'amore, non amerai mai. Anche se sei vile nella pratica del dovere e della virtù, se ricadi spesso in quelle colpe che vorresti non commettere più, non ti permetto di non amarmi.
Amami come sei.

In ogni istante e in qualunque situazione tu sia, nel fervore o nell'aridità, nella fedeltà o nell'infedeltà, amami... come sei... voglio l'amore del tuo povero cuore; se aspetti di essere perfetto non mi amerai mai.

Non potrei forse fare di ogni granello di sabbia un serafino radioso di purezza, di nobiltà e di amore? Non sono io l'Onnipotente? E se mi piace lasciare nel nulla quegli esseri meravigliosi e preferire il povero amore del tuo cuore, non sono io padrone del mio amore?

Figlio mio, lascia che ti ami, voglio il tuo cuore. Certo voglio col tempo trasformarti, ma per ora ti amo come sei... e desidero che tu faccia lo stesso; io voglio vedere dai bassifondi della miseria salire l'amore. Amo in te anche la tua debolezza, amo l'amore dei poveri e dei miserabili; voglio che dai cenci salga continuamente un gran grido: Gesù ti amo.

Voglio unicamente il canto del tuo cuore, non ho bisogno né della tua scienza, né del tuo talento. Una cosa sola m'importa, di vederti lavorare con amore.

Non sono le tue virtù che desidero; se te ne dessi, sei così debole che alimenterebbero il tuo amor proprio; non ti preoccupare di questo.
Avrei potuto destinarti a grandi cose; no, sarai il servo inutile; ti prenderò persino il poco che hai... perché ti ho creato soltanto per l'amore.

Oggi sto alla porta del tuo cuore come un mendicante, io il Re dei Re! Busso e aspetto; affrettati ad aprirmi. Non allargare la tua miseria; se tu conoscessi perfettamente la tua indigenza, moriresti di dolore. Ciò che mi ferirebbe il cuore sarebbe di vederti dubitare di me e mancare di fiducia.

Voglio che tu pensi a me ogni ora del giorno e della notte; voglio che tu faccia anche l'azione più insignificante solo per amore. Conto su di te per darmi gioia...

Non ti preoccupare di possedere virtù; ti darò le mie. Quando dovrai soffrire, ti darò la forza. Mi hai dato l'amore, ti darò di saper amare al di là di quanto puoi sognare...

Ma ricordati... amami come sei...
Ti ho dato mia Madre: fa passare, fa passare tutto dal suo Cuore così puro.

Qualunque cosa accada, non aspettare di essere santo per abbandonarti all'amore, non mi ameresti mai... Va..."

20091123

Cu nasci tunnu

Il Cinno

Racconto di Stefano Benni


La spalla del barista è il Cinno, ovvero il ragazzo di bar, altrimenti detto fattorino. Il Cinno ha una bella faccia rosea bombardata di brufoli e vive in simbiosi con la sua bicicletta, la bicicletta del Cinno.
Con essa il Cinno piomba come un falco in tutti i punti della città, supera gli autobus in corsa, atterrisce i cani e sgomina i vigili. Il Cinno, nell'andare in bicicletta, ha una serie di regole fisse:

a) è severamente vietato mettere le mani sul manubrio. Questo non solo quando si hanno le mani impegnate con un vassoio di tazze, thermos e maritozzi, ma in ogni altra occasione.

b) l'andatura da Cinno dev'essere altalenante, ovvero la bicicletta deve dondolare da sinistra a destra e viceversa, sfiorando il suolo, di modo che nel raggio di venti metri non si frappongano ostacoli viventi.

c) Si cade sempre e solo sulle ginocchia, qualunque sia la dinamica dell'incidente. Questo crea il famoso ginocchio da Cinno, uno dei problemi della medicina moderna. Esso è costituito da un arcipelago di croste e crostoni, che si rigenera continuamente.

d) Mentre pedala, il Cinno canta.

e) La via normale del Cinno è costituita da: marciapiedi, portoni, androni, giardini, portici. la strada è accuratamente evitata, perché pericolosa e perché le donne sono chiuse dentro le macchine e si vedono peggio. Tutto questo comporta, naturalmente, che il Cinno sia molto odiato da vigili, pedoni e benpensanti.

Come si diventa Cinno? Si diventa Cinno perché non si ha più voglia di studiare. Alcuni lasciano la scuola e fanno i vicedirettori nell'azienda del babbo. Altri si mettono a fare borse e cinture. Altri ancora si fanno passare un piccolo stipendio mensile, si iscrivono ad Architettura e partono per il Gargano. Altri, inspiegabilmente, preferiscono diventare Cinno. Qualcuno parla di vocazione, altri di ragioni sociali.
Come che sia, Cinno non si diventa da un giorno all'altro.


Come si diventa Cinno.

Il piccolo Masotti, il primo giorno di scuola, non piangeva come tutti gli altri bambini. Mangiava un fruttino di cotognata e si guardava intorno. Piangevano, invece, i Masotti genitori, perché era il giorno che sognavano da anni. Il piccolo Masotti fu inquadrato con tanti bambini neri e tante bambine bianche. Il direttore, un uomo dallo sguardo severo e i modi bruschi, li guardò sfilare tutti davanti senza dire una parola. Quando passò Masotti lo fermò, e gli disse: «Tu aggiustati il fiocco» e fece l'atto di toccarlo. Il piccolo Masotti estrasse dal grembiulino nero una gambina secca e piena di bozzi da caduta di bicicletta, e colpì il direttore al cavallo delle braghe.
Ebbe così inizio la carriera scolastica del piccolo Masotti.

Il piccolo Masotti era figlio unico di due Masotti. Masotti padre era camionista e portava pesce refrigerato su e giù per l'autostrada. Triglie giapponesi, merluzzi di Hong Kong e un rombo di Cattolica a far da guardia. Guidava tutta la notte con la sola compagnia di un pacchetto di nazionali e una foto a colori di Ava Gardner, con un autografo falso fatto dalla moglie. Non aveva mai avuto incidenti, tolta la distruzione di un Mottagrill Pavesi nel 1968 e una caduta nel Po per la quale i pescatori della zona continuarono a pescare per molti anni a seguire. Guadagnava quanto bastava per non morire di fame, ma sognava per il figlio un futuro diverso.

Masotti madre faceva le tendine a fiori con una macchina da cucire a pedali, il casco in testa e una maglia della Legnano per non sciupare i vestiti. Le vendeva agli ospizi e ai camionisti amici del marito, per cui faceva anche la decoratrice. Prendeva un vecchio tre assi e in un giorno lo trasformava in un confortevole chalet svizzero, con vasetti di fiori, fodere con i coniglietti, tappetini e, a richiesta, un abat-jour sul retrovisore. Anche lei sognava per il figlio un futuro diverso.

Fu deciso che il piccolo Masotti si sarebbe laureato e avrebbe fatto l'avvocato. Fu allevato con grandi dosi di minestra e, su consiglio degli amici del bar, con giochi che sviluppavano l'intelligenza, come la battaglia navale e il meccano. Ma il piccolo Masotti non si rivelò subito né geniale né più avanti di quelli della sua età. Le sue corazzate affondavano come biscotti e l'unica cosa che riuscì a fare col meccano fu un metro snodabile da sarto.
Non leggeva Kant, non aveva orecchio per la musica, se gli si metteva la matita in mano disegnava sempre la stessa cosa, una patata, e poi si addormentava. è ancora un bimbo, verrà fuori, dicevano i Masotti genitori, ma erano un po' preoccupati. Masotti padre lo rimpinzava di fosforo, e ogni tanto rubava qualche quintale di merluzzo congelato dal carico e obbligava p.M. (piccolo Masotti) a mangiarlo a merenda. P.M. non protestava, si metteva il pesce in bocca e andava a giocare sotto al camion.

La prima pagella del Masotti fu tutta di 1, con un 3 in ginnastica. Il maestro disse che il ragazzo, si vedeva subito, era svogliato, non seguiva, e passava il tempo a intagliare con un temperino. Aveva già distrutto il suo banco ricavandone due zoccoli olandesi e una mazza da baseball, e doveva tenere i gomiti poggiati sulla porzione del compagno.
Le sue scheggie di legno costituivano un pericolo mortale per la classe, perché partivano come proiettili. Era capace di far decollare, in un giorno, fino a duecento aeroplanini di carta, alcuni dei quali restavano in aria anche dieci minuti oscurando la visibilità. I suoi dettati pesavano come crescenti fritte e trasudavano inchiostro e sudore. Faceva delle a larghe un foglio e doveva fermarsi stravolto a metà della curva.
Fu subito bocciato.

Masotti padre, per l'incazzatura, prese su e andò da Bologna a Taranto in tre ore da casello a casello, tanto che il camion si surriscaldò e arrivò a destinazione un gigantesco carico di fritto il cui odore appetitoso fu sentito in tutta la città dei due mari. La Masotti madre non disse niente, continuò a pedalare sulla macchina da cucire, ma con l'aria triste di chi è rimasto staccato dal gruppo in salita.

Il p.M. fu mandato a ripetizione dal professor Manicardi, bella figura di studioso, che lo legò alla sedia e gli lesse per nove ore Leopardi, tutti i giorni, per tre mesi. Il piccolo Masotti imparò a memoria metà dell'Infinito, poi fece la doccia e dimenticò tutto. Fu bocciato anche l'anno seguente, e poi quello seguente.
Allora Masotti padre gli disse che se non si metteva a studiare non gli avrebbe più dato da mangiare. Il p.M. accusò il colpo. Tutte le notti si sentì la sua voce ripetere «Se un contadino ha nove mele e ne vende la metà...». Studiò per un mese, spostando grandi quantità di mele sul tavolo e contattando tutti i contadini della zona. Alla fine propose come soluzione dieci mele e mezzo e una cambiale di meloni in tre rate. Fu ribocciato.

Il Masotti padre si rassegnò. Invecchiato e con le gomme sgonfie, senza neanche più la forza di suonare il clacson, cominciò a girare in tondo sulla tangenziale senza voler vedere più nessuno. Gli amici gli tiravano al volo panini e giornali dal finestrino, e una volta al mese una battona ex trapezista di circo si lanciava da un Leoncino in corsa per tenergli compagnia.
La Masotti madre, invecchiata e incanutita, aveva smesso di pedalare e allenava una squadra di suore che facevano mutande per carcerati. Il piccolo Masotti, che aveva ormai diciannove anni e stazzava sul quintale, andava a scuola col suo grembiulino che gli copriva metà del torace, e la cartella con la solita vecchia matita, un mozzicone invisibile a occhio nudo, che portava a temperare da un orefice.

Andò avanti, finché i soldi finirono. Un giorno il piccolo Masotti aprì la cartella e non trovò la solita merenda, un panino con una cernia.
Quella sera non tornò a casa.
L'indomani, alle prime luci dell'alba, si presentò al bar.

Era nato un Cinno.


20091112

BH




Tratto da:
Jerome diventa un genio - Il segreto dell'intelligenza, Eran Katz

«La cosa migliore da fare è pregare» disse rivolto a Jerome, che era lì in attesa.

Jerome assunse un'espressione cinica. «Josik» disse con tono agitato. «Ancora non ti è chiaro, eh? Io non sono il tipo che si mette pregare! Può darsi che Dio sia d'aiuto a te, ma con me è meglio che non ci si metta. Sono andato in sinagoga una volta sola in tutta la mia vita. Era lo Yom Kippur (Letteralmente "Giorno della conciliazione". È considerato il giorno più sacro dell'anno. Gli ebrei devono digiunare e pregare tutto il giorno chiedendo a Dio di perdonarli per i loro peccati), e non credo di aver fatto una grande impressione su di lui. Migliaia di persone sono andate in sinagoga più di quanto abbia fatto io, quindi sono sicuramente prima di me, nella fila».

«Questo non è vero» rispose Schneiderman. «Non è mai troppo tardi...» Ma il rabbino mise una mano sul braccio di Schneiderman per dirgli di non continuare.

«La preghiera è come un mantra, come abbiamo già detto» esordì a sorpresa. «Se non credi in Dio, avrai fede in qualcos'altro. Sai che non sei solo. Se non hai timore di Dio, la preghiera può comunque aiutarti nella concentrazione. Prega la tua forza interiore, la tua fede in te stesso. La preghiera è una dichiarazione d'intenti. Quando ad esempio dici: "Dio dammi un cuore puro e uno spirito giusto" in verità stai dicendo che, in un certo senso, sei "fresco e pronto per la battaglia", la battaglia dei libri e dello studio. Anche se non sei una persona di fede, sei d'accordo con me che questa frase suscita in te qualcosa di positivo?»

«Be' sì, in termini teorici».

«Nell'ebraismo esiste una preghiera specifica per ogni azione. Prima di mangiare ci si lava le mani e si benedice il pane. Prima di partire per un viaggio recitiamo la "Preghiera del viaggiatore" e prima di andare a dormire diciamo lo Shm'a (Preghiera che gli ebrei recitano tutte le mattina quando si alzano e tutte le sere prima di andare a dormire: "Ecco, Israele: il Signore è il nostro solo e unico Dio"). L'obiettivo di queste preghiere è quello di aiutarci a concentrarci sul compito che ci aspetta, di allontanare l'attenzione delle altre cose in modo da riuscire a concentrarci su quello che stiamo per fare.
Le preghiere dicono: non ti distrarre! Dedica tutto te stesso e concentrati sul percorso che dovrai compiere, sul cibo che avrai di fronte. È inutile dire che questa concentrazione aiuta la digestione, migliora l'attenzione di chi deve guidare e, cosa che ha maggiore attinenza con la nostra conversazione, innalza il livello di efficacia dello studio».

«E che preghiera dici tu?» chiese Jerome al giovane studioso.

Schneiderman sorrise.

«Tante. "Eterno amore" o "Dai ai nostri cuori la sapienza" per esempio. Vengono dalla preghiera della Shemonè Esrè (Letteralmente "18". Chiamata anche Amidah, che significa "in piedi". Fa parte delle preghiere quotidiane, che si recitano tre volte al giorno)».

Jerome ci guardò sconsolato.

«Mi sentirei un po' un ipocrita se dovessi mettermi a pregare. Non solo non ho mai rispettato nessuno dei comandamenti, adesso mi metto pure a chiedere a Lui di aiutarmi a studiare? Sarebbe come avere una bella faccia di bronzo, non trovi?»

«Non necessariamente» rispose a sorpresa Itamar. «Credimi, sei certamente una persona che merita l'intervento divino» sorrise.

Jerome gli dette un'occhiata sorpresa.

«Allora, guarda: non hai ucciso nessuno né rubato mai nulla» spiegò Itamar. «Hai onorato tua madre e tuo padre e rispettato molti altri comandamenti, e fatto buone azioni dal profondo del cuore e seguendo la logica che ti guida. Quindi, anche se non sei un timorato di Dio, Dio ti vede e ti ascolta. Almeno, questo penso accada per chiunque rispetti le regole comuni dell'umana decenza».

«Una volta ho rubato dei cioccolatini in un supermercato».

«Niente di che».

«E un'altra volta non ho restituito i soldi quando ho ricevuto troppo resto».

«Ma sì, dai...».

«E una volta ho investito un gatto».

«Sono cose che succedono».

«E anche un cane».

«Anche questo succede».

«E un pinguino».

«Hai investito un pinguino?!»

«O forse era una suora, non mi ricordo». Sorrise. «La sai anche tu questa, vero Josik?»

«E comunque» continuò Itamar, ignorando Jerome «puoi sempre inventarti una preghiera personale, un mantra; una frase importante alla quale credi davvero e che ti infonda una specie di gioia e di motivazione a iniziare qualsiasi cosa tu abbia deciso di fare. Che ti metta dell'umore giusto. Prova».

Jerome sorrise tra sé e sé e rivolse lo sguardo al cielo, come per riflettere su qualcosa. «Interessante» disse. «Ci penserò su».

«E un'altra cosa» aggiunse il rabbino. «Avrai forse notato che gli ebrei molto religiosi spesso scrivono le lettere "BH" in cima alla pagina».

«Beezrat Hashem: significa "con l'aiuto di Dio"». Jerome fece sfoggio di erudizione.

«Ma è anche una dichiarazione d'intenti» aggiunse il rabbino, mostrandoci una delle pagine che aveva con sé.

«Quando hai intenzione di scrivere qualcosa e parti con le lettere "BH", ti prepari a fare qualcosa di importante e sacro a cui devi applicarti pienamente, e chiedendo l'aiuto di Dio è improbabile che tu scriva le cose con trascuratezza, no? Quel "BH" in cima alla pagina ti obbliga a concentrarti e a tirare fuori il meglio di te, perché il Santissimo è stato chiamato in causa. Su una pagina a Lui dedicata non potresti scrivere menzogne, o oscenità, ma solo verità e cose che sono importanti e servono per un obiettivo».

«Affascinante», si entusiasmò Itamar. «Dunque mentre studi e prendi appunti, scrivi "BH" in cima alla pagina, oppure sai che ti dico? Scrivi qualcos'altro che ha per te un peso tale che ti faccia sentire obbligato a lavorare meglio. Così prenderai gli appunti al meglio possibile».

«Anche questa è una buona idea» confermò Jerome.

«Allora andiamo avanti» continuò il rabbino. «Sei seduto comodo, hai pregato e hai scritto "BH" in cima alla pagina. Adesso devi mettere a leggere e a imparare»...

20091024

Il coro "alla Teresina"...




Teresa
Racconto di Italo Calvino tratto da "Prima che tu dica pronto"

Scesi dal marciapiede, feci qualche passo a ritroso guardando in su, e, giunto in mezzo alla via, portai le mani alla bocca, a megafono e gridai verso gli ultimi piani del palazzo: - Teresa!

La mia ombra si spaventò della luna e mi si rannicchiò tra i piedi.

Passò uno. Io chiamai ancora: - Teresa! - Quello s'avvicinò, disse: - Se non chiamate più forte non vi sente. Proviamo in due. Allora: conto fino a tre, al tre attacchiamo insieme -. E disse: - Uno, due, tre -. E insieme gridammo: - Tereeesaaa!

Passò un gruppetto d'amici che tornavano dal teatro o dal caffè e videro noi due che chiamavano. Dissero: - Su, che vi diamo una voce anche noi -. E anche loro vennero in mezzo alla strada e quello di prima diceva uno due e tre e allora tutti in coro si gridava: - Te-reee-saaa!

Passò ancora qualcuno e si unì a noi: dopo un quarto d'ora eravamo radunati in parecchi, una ventina quasi. E ogni tanto arrivava qualcuno nuovo.

Metterci d'accordo per gridare bene, tutti insieme non fu facile. C'era sempre qualcuno che cominciava prima del tre o che tirava troppo in lungo, ma alla fine si riusciva a fare già qualcosa di ben fatto.

Si convenne che - Te - andava detto basso e lungo, - re - acuto e lungo, - sa - basso e breve. Veniva molto bene. Poi ogni tanto qualche litigio per qualcuno che stonava.

Già si cominciava ad essere affiatati, quando uno, che, a giudicare dalla voce, doveva avere la faccia piena di lentiggini, chiese: - Ma siete proprio sicuro che sia in casa?
- Io no - Risposi.
- Brutt'affare - disse un altro. - Dimenticato la chiave, vero?
- Per quello - dissi - io la chiave ce l'ho.
- Allora - mi si chiese - perché non salite?
- Ma io non sto mica qui - risposi - Sto dall'altra parte della città.
- Ma, allora, scusate la curiosità - chiese circospetto quello con la voce piena di lentiggini - qui chi ci sta?
- Non saprei davvero - dissi.

Ci fu un po' di malcontento intorno.

- Ma si può sapere allora - chiese uno con la voce piena di denti - perché chiamate Teresa qua sotto?
- Per me - risposi - possiamo chiamare un altro nome, o in un altro posto. Per quel che costa.

Gli altri ci rimasero un po' male.

- Non avete voluto mica farci uno scherzo? - chiese quello delle lentiggini, sospettoso.
- E che? - dissi, risentito e mi voltai verso gli altri a chieder garanzia delle mie intenzioni.

Gli altri restarono in silenzio, mostrando di non aver raccolto l'insinuazione.
Ci fu un momento di disagio.

- Vediamo - disse uno, bonario. - Possiamo chiamare Teresa ancora una volta, poi ce ne andiamo a casa.

E si fece ancora una volta - uno due tre Teresa! - ma non riuscì tanto bene. Poi, scantonammo, chi da una parte, chi dall'altra.
Ero già svoltato in piazza, quando mi parve di sentire ancora una voce che gridava: Tee-reee-sa!

Qualcuno doveva esser rimasto a chiamare, ostinato.

20091019

Quando si dice "saper fare i Conti"


Pennarello lavabile Carioca su carta Fabriano, cm 14x20

Il bicchiere infrangibile di Achille Campanile

Io e Teresa, voi lo sapete, siamo due tipi economi. Non avari, no, questo no. Ma ci piace non sperperare. Invece Marcello, è tutt'altro tipo e non si direbbe mai nostro figlio, per quel che riguarda i bicchieri. È capace di prendere un bicchiere e lasciarlo cadere tranquillamente a terra. Proprio non fa nessun conto del denaro che costano.  Forse col tempo si correggerà. Ma per ora - ha tre anni - i bicchieri immagina che servano unicamente per essere rotti. Abbiamo provato a dargli un bicchiere d'argento, ma non ha voluto saperne. Non beve se non ha un bicchiere come i nostri. E noi non possiamo bere tutti in bicchieri d'argento. Allora, dopo che egli ebbe rotto un intero servizio e che mia moglie ne ebbe comperato un altro per dodici, io ho avuto un'idea geniale: prendere per Marcello un bicchiere infrangibile. La cosa non è stata facile, perché occorreva un bicchiere come i nostri, altrimenti Marcello non beve. Ma dopo molte ricerche ho potuto trovarlo. L'ho portato a casa e ho fatto riusciti esperimenti davanti a familiari, prima di dir loro che era un bicchiere infrangibile.

Osservo di passaggio che il primo esperimento mi ha valso un litigio con mia moglie, che credeva mi fossi messo a giocare a palla con un comune bicchiere del servizio buono. Invece Marcello s'era divertito un mondo all'esperimento e in giornata, prima che qualcuno potesse impedirglielo, capitatogli a tiro un bicchiere del servizio buono, egli, che ignorava che io avevo operato con un bicchiere speciale, l'ha scaraventato a terra. Ma questo non c'entra sebbene abbia ridotto il numero dei bicchieri da dodici a undici.

Insomma tutto è andato liscio, fino al giorno dopo.
Fino a quando, cioè, la donna di servizio non è venuta a chiamarmi dicendo:

"Debbo apparecchiare la tavola. Per favore, qual è il bicchiere infrangibile?".

Quell'imbecille l'aveva messo nella credenza, assieme con gli altri. E poiché erano tutti uguali, lascio a voi immaginare il suo ed il mio imbarazzo quando s'è trattato di scegliere il bicchiere da mettere davanti a Marcello.

"Razza di cretina", ho gridato "prima lo confondete con gli altri e poi volete sapere da me qual è".

È accorsa mia moglie, che per fortuna non è un tipo nervoso. L'ho scelta apposta così, dopo anni di ricerche.

"Via", ha detto "ora lo troveremo".

Ci siamo messi a esaminare con la più grande attenzione tutti i bicchieri. Ma non c'era nessuna differenza. Ripeto: avevo cercato apposta un bicchiere infrangibile identico ai nostri del servizio. Alla fine mia moglie ha detto:

"Mi pare questo".
"Uhm", ho detto "a me pare piuttosto quest'altro".

È questo è quest'altro, è questo, è quest'altro, è andato a finire che mia moglie, convinta che il suo fosse quello infrangibile, l'ha lasciato cadere per dimostrarmelo. Ed è stata una vera soddisfazione, per me, vedere il bicchiere rompersi e trionfare la mia tesi.

"Ma non è nemmeno il tuo", ha gridato mia moglie, che cominciava a irritarsi.

"Eh, non è questo?" ho gridato.

E giù, il bicchiere per terra. È seguito un grido di trionfo; non mio, ma di mia moglie, raggiante di vedere che il bicchiere era andato in mille pezzi, appena toccato il suolo.

"Oh, questa è bella", ho detto. "Allora non era nessuno dei due".

"Pare di no" ha esclamato mia moglie perplessa.

La presenza d'un misterioso bicchiere infrangibile fra quelli frangibili del nostro servizio ci rendeva inquieti e nervosi. Quale dare a Marcello? Con lo scegliere a caso, c'era probabilità di indovinare quanto di sbagliare. E un errore significava un bicchiere rotto.

Stavamo appunto discutendo sul da farsi, quando un grido ci ha raggiunti dalla vicina stanza: la donna di servizio, provando per conto proprio, aveva rotto un bicchiere. Era il quarto del servizio buono. Benché la cosa fosse tutt'altro che piacevole, pure presentava il vantaggio di restringere notevolmente il campo delle ricerche; ormai il bicchiere infrangibile era uno degli otto rimasti; vale a dire che avevamo soltanto sette probabilità su otto di rompere un bicchiere. Probabilità che scesero a sei tosto che io, incoraggiato da questo calcolo, feci un nuovo esperimento, conclusosi con la quinta rottura. Al quale seguirono un esperimento di mia moglie e uno della domestica, altrettanto disgraziati.

Ormai ci eravamo accaniti nella ricerca. Andavamo afferrando bicchieri a caso e, al grido di: "è questo!", li scaraventavamo con rabbia per terra.

Rimasti due soli bicchieri, m'imposi.

"Ormai", dissi "è inutile continuare stupidamente a provare con tutti. È chiaro che il bicchiere infrangibile è uno di questi due. Proviamo a scaraventarne per terra uno solo: se non si rompe, vuol dire che è quello infrangibile; se si rompe, vuol dire che quello infrangibile è l'altro".

Provammo.

Quello infrangibile era l'altro. Finalmente si sapeva. Proprio l'ultimo, purtroppo, ma ormai s'era assodato.

"Io" dissi, asciugandomi il freddo sudore che m'imperlava la fronte, "non ci credo ancora, che sia questo".

"Proviamo", disse mia moglie.

Alzai il bicchiere per lanciarlo a terra. Ma un presentimento mi trattenne.

"Non si sa mai", dissi se per caso non è nemmeno questo, si rompe".

Con mille precauzioni andammo a mettere il bicchiere infrangibile al sicuro.



20090929

Cercasi Nuovo Titolo

Può essere che sia una mia personale prerogativa di vita ma solo grazie alla casualità mi imbatto in cose che a mio gusto ritengo più interessanti di altre.
In quest'occasione pubblicizzo volentieri una trasmissione radiofonica che ascolto con grande "golosità intellettuale".

Radio Rai 3, Il Terzo Anello - Castelli in Aria, dalle 18.00, Edoardo Lombardi Vallauri:

Sono castelli di cristallo, questi che costruisce nell'etere il linguista fiorentino Edoardo Lombardi Vallauri, semplificazioni, che tracciano la vita quale figura geometrica, dove le cose vaganti trovano un posto, e quelle dai contorni indefiniti si precisano, come parti di un cristallo o di un progetto architettonico. Semplificazioni che non esauriscono la varietà delle cose reali, e forse perfino la tradiscono; ma al tempo stesso permettono di comprenderla e dominarla in maniera quanto mai efficiente, e inducono a riflettere su molte cose in un modo nuovo.
(da http://www.radio.rai.it/radio3/terzo_anello/castelliinaria/index.cfm)

Gli argomenti, intervellati da una seducente "musica colta", mi attraggono proprio perché affrontati a trecentosessanta gradi e spingono necessariamente ad un tipo di riflessione sensata e analitica.

Per chi, come me, ha una curiosità di comprensione che raramente viene soddisfatta, forse perché troppo cavillosa e pignola, ma ha la pazienza (e mi auguro il piacere) di ascoltare, consiglio la puntata di ieri in cui si parlava di "Superpoteri, Pro e Contro".

Ne riporto il link diretto:

http://www.radio.rai.it/podcast/A0048012.mp3

oppure

http://www.radio.rai.it/radio3/view.cfm?Q_EV_ID=297952#

20090913

Norimberga

Questo è un libro che credevo di aver perso, o peggio, che qualche amica non me l'avesse restituito visto il successo riscosso.

Totalmente femminista in cui ogni uomo è un bastardo e ogni donna è una dea, è scritto a due mani da Adele Lang e Susi Rajah e si chiama: Come beccare un bastardo dal suo segno zodiacale.

Preferisco non riportare nessuno dei profili maschili descritti in cui vengono ampiamente riportati difetti, ossessioni, manie, piccoli accorgimenti per il riconoscimento, tipologie di seduzione, abbordaggio, "carico e scarico" del soggetto analizzato, perché non lo trovo equo e non potrei certo trascriverli tutti.

Posso però riportare (tanto per dare un'idea) le caratteristiche zodiacali generiche dei 4 elementi attribuite dalle autrici ai "bastardi".

Segni di fuoco (Ariete, Leone, Sagittario):
Siamo-Bollenti-Quindi-Zitta-E-Adoraci

Segni di Terra (Toro, Vergine, Capricorno):
Ciao-Siamo-Gli-Uomini-Più-Noiosi-In-Circolazione

Segni d'aria (Gemelli, Bilancia, Acquario):
Vi-Amiamo-Non-Vi-Amiamo

Segni d'Acqua (Cancro, Scorpione, Pesci):
Non-Odiateci-Siamo-Solo-Sciacquette

Pochi giorni fa è stato il mio compleanno e questo è il ritratto del mio segno. Se mi rispecchia? In effetti...


La Dea della Vergine

Dite un po': è vero, le storie d'amore sono difficili da tenere in ordine e gli uomini hanno sempre un mucchio di noiosissimi difetti. Ma in fondo pensate sia un vostro preciso dovere (e voi non siete di quelle che si sottraggono al dovere).

Cercheremo quindi di presentarvi le cose col massimo della chiarezza e dell'efficienza.

Non dovete far altro che accomodarvi sulle vostre lenzuola fresche di bucato e aspettare che l'amore arrivi.

Vi abbiamo organizzato un appuntamento con ognuno dei dodici bastardi, che verranno a voi in rigoroso ordine astrologico.

Ore 8,00. Forse non è proprio il soggetto migliore con cui cominciare. Un tantino opprimente, non è vero? È l'Ariete. Un barbaro, in effetti. Certo, capiamo benissimo che la prospettiva di tutti quei peli sparsi dentro al letto... Ma indubbiamente voi gli piacete... No, non crediamo sia disposto a tagliarsi almeno i peli del naso... Va bene: avanti il prossimo...

Ore 9,00. Sì, il Toro. Un ragazzo solido... No, ha chiesto solo se durante l'appuntamento si poteva avere la colazione... Il prossimo...

Ore 10,25. Questo è il Gemelli. Sì, è vero, è in ritardo di 25 minuti. No, non ci pare abbia una scusa valida. Sì, certo, pensiamo che sia anche capace di stare fermo e zitto, qualche volta. E no, non crediamo possa fare a meno di flirtare contemporaneamente con tutte noi, è nella sua natura. Avanti il prossimo...

Ore 11,00. Cancro. Un'animuccia vuInerabile. Due occhietti così tristi. No, in genere non esce molto... Dice che gli piace quando lo criticate perché gli ricordate tanto la mamma. Sì effettivamente è un po' pervertito... Avanti il prossimo...

Mezzogiorno in punto. Questo è il Leone. Dice che dovreste aver sentito parlare di lui, a quanto pare è famoso. Come dite? Non l'avete mai sentito nominare? No, non avete detto niente di sbagliato solo che lui è suscettibile su certe cose. Il prossimo...

Ore 12,55. Eccovi un Vergine. Sì, in effetti è molto puntuale - addirittura in anticipo. Niente male, no? Vi capiamo, dopo un po' darebbe sui nervi a chiunque. No, voi non siete affatto così. Il prossimo.

Ore 14,10. Bilancia. Simpatico e giovanile. Perché rimane lì sulla soglia? Ecco, a quanto pare non riesce a decidere se entrare o no. Il vostro aspetto gli piace, ma è terrorizzato all'idea che ci sia un'altra ragazza più attraente che riceve i pretendenti oggi da qualche altra parte... Sì, d'accordo con voi. Il prossimo…

Ore 15,15. Uno Scorpione. No, dice di essere venuto in ritardo apposta. No, per quanto ne sappiamo non è dotato di visione ai raggi x, e quindi non dovrebbe essere in grado di vedere attraverso la vostra camicia da notte. Lui le donne le guarda sempre così. Dice di essere venuto perché ha sentito che siete vergine... Certo, non poteva sapere che... il prossimo...

Ore 16,05. Sì, il Sagittario. Ecco, dovete perdonarlo, non l'ha rotto apposta quel vaso... e nemmeno quest'altro. No, non è pericoloso, è solo goffo. Pensiamo che potrebbe piacervi moltissimo se solo... Oh no, un altro vaso? Il prossimo...

Ore 17,00. Capricorno, in perfetto orario. Finalmente una persona affidabile - un uomo pratico, abituato a maneggiare i soldi. E anche lui vi trova perfetta. Se è romantico? Be', ecco... Il prossimo.

Ore 18-19. Ecco, a quest'ora avrebbe dovuto presentarsi l'Acquario. No, non sappiamo perché non si è nemmeno fatto vedere. Sì, probabilmente è meglio così. Il prossimo...

Ore 20,00. Pesci. Sì, è terribilmente dolce... e gentile... e romantico... Dice che siete la cosa più bella, più pura su cui abbia mai posato gli occhi. Sì, è davvero molto carino... Certo. Lui dice sempre cose del genere, ma non le pensa nemmeno per un secondo... tranne che in questo caso, ovviamente... No, non lo sappiamo dove sia andato adesso... e nemmeno se ritornerà.

Ecco, questo è tutto. Ancora una volta avevate ragione voi (come sempre, del resto): non sono degni di sporcarvi le mutandine. Meglio mantenervi come siete, un modello di virtù. No, non siete state assolutamente troppo selettive. Forse è meglio lasciar perdere.

E poi, per voi è già ora di rientrare in convento.


Fonte dell'immagine: http://www.dariamueller.com/articoli/mitoGreco_terra.html