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20091019

Quando si dice "saper fare i Conti"


Pennarello lavabile Carioca su carta Fabriano, cm 14x20

Il bicchiere infrangibile di Achille Campanile

Io e Teresa, voi lo sapete, siamo due tipi economi. Non avari, no, questo no. Ma ci piace non sperperare. Invece Marcello, è tutt'altro tipo e non si direbbe mai nostro figlio, per quel che riguarda i bicchieri. È capace di prendere un bicchiere e lasciarlo cadere tranquillamente a terra. Proprio non fa nessun conto del denaro che costano.  Forse col tempo si correggerà. Ma per ora - ha tre anni - i bicchieri immagina che servano unicamente per essere rotti. Abbiamo provato a dargli un bicchiere d'argento, ma non ha voluto saperne. Non beve se non ha un bicchiere come i nostri. E noi non possiamo bere tutti in bicchieri d'argento. Allora, dopo che egli ebbe rotto un intero servizio e che mia moglie ne ebbe comperato un altro per dodici, io ho avuto un'idea geniale: prendere per Marcello un bicchiere infrangibile. La cosa non è stata facile, perché occorreva un bicchiere come i nostri, altrimenti Marcello non beve. Ma dopo molte ricerche ho potuto trovarlo. L'ho portato a casa e ho fatto riusciti esperimenti davanti a familiari, prima di dir loro che era un bicchiere infrangibile.

Osservo di passaggio che il primo esperimento mi ha valso un litigio con mia moglie, che credeva mi fossi messo a giocare a palla con un comune bicchiere del servizio buono. Invece Marcello s'era divertito un mondo all'esperimento e in giornata, prima che qualcuno potesse impedirglielo, capitatogli a tiro un bicchiere del servizio buono, egli, che ignorava che io avevo operato con un bicchiere speciale, l'ha scaraventato a terra. Ma questo non c'entra sebbene abbia ridotto il numero dei bicchieri da dodici a undici.

Insomma tutto è andato liscio, fino al giorno dopo.
Fino a quando, cioè, la donna di servizio non è venuta a chiamarmi dicendo:

"Debbo apparecchiare la tavola. Per favore, qual è il bicchiere infrangibile?".

Quell'imbecille l'aveva messo nella credenza, assieme con gli altri. E poiché erano tutti uguali, lascio a voi immaginare il suo ed il mio imbarazzo quando s'è trattato di scegliere il bicchiere da mettere davanti a Marcello.

"Razza di cretina", ho gridato "prima lo confondete con gli altri e poi volete sapere da me qual è".

È accorsa mia moglie, che per fortuna non è un tipo nervoso. L'ho scelta apposta così, dopo anni di ricerche.

"Via", ha detto "ora lo troveremo".

Ci siamo messi a esaminare con la più grande attenzione tutti i bicchieri. Ma non c'era nessuna differenza. Ripeto: avevo cercato apposta un bicchiere infrangibile identico ai nostri del servizio. Alla fine mia moglie ha detto:

"Mi pare questo".
"Uhm", ho detto "a me pare piuttosto quest'altro".

È questo è quest'altro, è questo, è quest'altro, è andato a finire che mia moglie, convinta che il suo fosse quello infrangibile, l'ha lasciato cadere per dimostrarmelo. Ed è stata una vera soddisfazione, per me, vedere il bicchiere rompersi e trionfare la mia tesi.

"Ma non è nemmeno il tuo", ha gridato mia moglie, che cominciava a irritarsi.

"Eh, non è questo?" ho gridato.

E giù, il bicchiere per terra. È seguito un grido di trionfo; non mio, ma di mia moglie, raggiante di vedere che il bicchiere era andato in mille pezzi, appena toccato il suolo.

"Oh, questa è bella", ho detto. "Allora non era nessuno dei due".

"Pare di no" ha esclamato mia moglie perplessa.

La presenza d'un misterioso bicchiere infrangibile fra quelli frangibili del nostro servizio ci rendeva inquieti e nervosi. Quale dare a Marcello? Con lo scegliere a caso, c'era probabilità di indovinare quanto di sbagliare. E un errore significava un bicchiere rotto.

Stavamo appunto discutendo sul da farsi, quando un grido ci ha raggiunti dalla vicina stanza: la donna di servizio, provando per conto proprio, aveva rotto un bicchiere. Era il quarto del servizio buono. Benché la cosa fosse tutt'altro che piacevole, pure presentava il vantaggio di restringere notevolmente il campo delle ricerche; ormai il bicchiere infrangibile era uno degli otto rimasti; vale a dire che avevamo soltanto sette probabilità su otto di rompere un bicchiere. Probabilità che scesero a sei tosto che io, incoraggiato da questo calcolo, feci un nuovo esperimento, conclusosi con la quinta rottura. Al quale seguirono un esperimento di mia moglie e uno della domestica, altrettanto disgraziati.

Ormai ci eravamo accaniti nella ricerca. Andavamo afferrando bicchieri a caso e, al grido di: "è questo!", li scaraventavamo con rabbia per terra.

Rimasti due soli bicchieri, m'imposi.

"Ormai", dissi "è inutile continuare stupidamente a provare con tutti. È chiaro che il bicchiere infrangibile è uno di questi due. Proviamo a scaraventarne per terra uno solo: se non si rompe, vuol dire che è quello infrangibile; se si rompe, vuol dire che quello infrangibile è l'altro".

Provammo.

Quello infrangibile era l'altro. Finalmente si sapeva. Proprio l'ultimo, purtroppo, ma ormai s'era assodato.

"Io" dissi, asciugandomi il freddo sudore che m'imperlava la fronte, "non ci credo ancora, che sia questo".

"Proviamo", disse mia moglie.

Alzai il bicchiere per lanciarlo a terra. Ma un presentimento mi trattenne.

"Non si sa mai", dissi se per caso non è nemmeno questo, si rompe".

Con mille precauzioni andammo a mettere il bicchiere infrangibile al sicuro.



20090109

Uno che non le mandava a dire



Queste sono alcune poesie di Giuseppe Giusti, il libro si chiama Poesie ed è una ristampa anastatica del 1910 (a cura di Giosuè Carducci).

Oltre alle poesie ci sono delle liriche divertenti, sagge, ma anche molto sarcastiche.

Non potevo far altro che apprezzare...

Solo cinque poesie riporto ma che mi sembrano decisamente "attuali".

:)



La Chiocciola

(1841)

Viva la Chiocciola,
Viva una bestia,
Che unisce il merito
Alla modestia.
Essa all’astronomo
E all’architetto
Forse nell’animo
Destò il concetto
Del cannocchiale
E delle scale.

Viva la Chiocciola
Caro animale.

Contenta ai comodi
Che Dio le fece,
Può dirsi il Diogene
Della sua spece.
Per prender aria
Non passa l’uscio:
Nelle abitudini del proprio guscio
Sta persuasa
E non intasa.

Viva la Chiocciola
Bestia da casa.

Di cibi estranei
Acre prurito
Svegli uno stomaco
Senza appetito:
Essa, sentendosi,
Bene in arnese,
Ha gusto a rodere
Del suo paese
Tranquillamente
L’erba nascente.

Viva la Chiocciola
Bestia astinente.

Nessun procedere
Sa colle buone,
E più di un asino
Fa da leone:
Essa al contrario,
Bestia com’è,
Tira a proposito
Le corna a sé;
Non fa l’audace
Ma frigge e tace.

Viva la Chiocciola
Bestia di pace.

Natura, varia
Ne’ suoi portenti,
La privilegia
Sopra i viventi,
Perchè (carnefici
Sentite questa
)
Le fa rinascere
Perfin la testa;
Cosa ammirabile
Ma indubitabile.

Viva la Chiocciola
Bestia invidiabile.

Gufi dottissimi,
Che predicate
E al vostro simile
Nulla insegnate;
E voi, girovaghi,
Ghiotti, scapati,
Padroni idrofobi,
Servi arrembati;
Prego a cantare
L’intercalare:

Viva la Chiocciola,
Bestia esemplare.



Contro un letterato pettegolo e copista

(1845)

O carissimo ciuco,
O cranio parasito
All’erudita greppia incarognito;
Tu del cervello eunuco
All’anime bennate
Palesi le virtù colle pedate.

Somigli uno scaffale,
Di libri a un tempo idropico e digiuno,
Grave di tutti, inteso e di nessuno;
O meglio, un arsenale,
Ove il sapere, in preda alle tignole,
Non serba altro di sé che le parole.

Poichè sfacciatamente
Copi dei panni altrui l’anima nuda,
Scimmia di forti ingegni e Zoilo e Giuda;

Smetti o zucca impotente,
Di prenderti altra briga;
Strascica l’estro sulla falsariga.


Consiglio a un consigliere

(1847)


Signor Consigliere
Ci faccia il piacere
Di dire al Padrone
Che il mondo ha ragione
D’andar come va.
Dirà: - Padron mio,
La mano di Dio
Gli ha dato l’andare;
Di farlo fermare
Maniera non v’ha.
Se il volo si tarpa
Calando la scarpa
A ruota nostrale,
Che ratta sull’ale
Precipita in giù.
La ruota del mondo
Andrà fino in fondo:
né un moto s’arresta
(Stiam lì colla testa)
Che vien di lassù.
Per tutto si vede
Che il carro procede
Con dietro una calca
Che seco travalca
Con libero pié:
E mentre cammina,
Con sorda rapina
I gretti, i poltroni,
I servi, i padroni,
Travolge con sé.
Tra i re del paese
Qualcuno l’intese:
E a dirla tal quale,
Più bene che male
N’ottenne fin qui.

Slentando la briglia,
Tornò di famiglia;
Temeva in quel passo
Di scendere in basso
E invece salì.
Giudizio Messere!
Facendo il cocchiere
In urto alla ruota,
Si va nella mota;
Credetelo a me.
Pensando un ripiego
Io salvo l’impiego
E voi (dando retta),
Rivista e corretta,
La paga di un re.


L’Arruffa Popoli

(1848)

Ateo, salmista, apostolo d’inganno;
Vile se t’odia; se ti palpa abietto;
Monco al ferro, centimano al sacchetto;
Nel no, maestro di color che sanno:
Sotto l’ammanto dello stoico panno
Cela il cor marcio e ‘l mal dell’intelletto;
Invidioso, oltracotante, inetto;
Libera larva di plebeo tiranno:
Tutto sfa, nulla fa, tutto disprezza:
Sonnambulo ha il cervello e la scrittura,
Sofista pregno d’infeconda asprezza:
Fecondità del mulo, a cui Natura
Diè forte il calcio e più l’ostinatezza
Ed i coglioni per coglioni natura.


I più tirano i men

(1848)

Che i più tirino i meno è verità,
Posto che sia nei più senno e virtù;
Ma i meno, caro mio, tirano i più,
Se i più trattiene inerzia o asinità.
Quando un intero popolo ti dà
Sostegno di parole e nulla più,
Non impedisce che ti butti giù
Di pochi impronti la temerità.

Fingi che quattro mi bastonin qui,
E lì ci sien dugento a dire: Ohibò!
Senza scrollarsi o muoversi di lì;
E poi sappimi dir come starò
Con quattro indiavolati a far di sì,
Con dugento citrulli a dir di no.