Nel 1996 ho cominciato a dilettarmi con Tomb Raider e, ad ogni edizione del gioco, riuscire ad arrivare al fatidico "mostro finale" è diventata quasi una mania.
Da allora non ho ancora smesso di giocare...
E continuo a perdere.
O no?
:)
Visualizzazione post con etichetta Mythology. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Mythology. Mostra tutti i post
20090524
20090422
Perché i figli... so' piezze 'e core*
* Filumena Marturano
Etichette:
Edoardo De Filippo,
Films,
Maestri di vita,
Mythology
20090125
I don't wanna rock DJ

Ero partita con l'idea di creare una playlist molto rock visto che lo stesso è stato il mio protagonista musicale di tutta la settimana appena trascorsa.
Cercando tracce che si adattassero al mio attuale umore, mi sono imbattuta (di nuovo) in quello che considero un grandissimo artista, Dj Shadow, inventore del cosidetto instrumental hip hop.
Personalmente trovo molto stimolante un certo tipo di musica "sperimentale" ed elettronica che funziona sia da valvola di sfogo, sia da momento di relax.
Un "copia-incolla" musicale, una mescolanza complessa di campionamenti che hanno bisogno di un ascolto attento e ripetuto.
Ritengo infatti che per certi suoni inusuali, confrontati con melodie più tradizionali e di strumento, ci sia bisogno di un orecchio "allenato" e (perchè no) una mentalità aperta.
Per la penultima traccia ho scelto una canzone dei Depeche Mode prima di tutto perché mi piace concludere sempre con qualcosa che "spezzi" o che comunque appaghi altre sensazioni e inoltre perché, al di là del testo, amo moltissimo questo genere di atmosfera "visionaria" (secondo la mia interpretazione) che riesce a prendere vita.
20090121
Favole?
I viandanti e il ladrone
Due soldati, essendosi imbattuti in un ladrone, uno fuggì via, l'altro invece non si mosse e si difese da valoroso. Ucciso il ladrone, il compagno pauroso accorre, impugna la spada, e poi gettando via il mantello grida: «Quà, ora gli farò sentire chi sono quelli che ha assalito.»
Allora quello che aveva lottato: «Avrei voluto che almeno con coteste parole m'avessi aiutato dianzi! Avrei avuto più coraggio prendendole sul serio. Ora riponi il ferro e anche la lingua egualmente inutile, ammesso pure che tu possa ingannare chi non ti conosca. Io che ho sperimentato con quanto coraggio tu fuggi, so quanto poco si deve credere al tuo valore.»
Questo racconto si deve applicare a colui che è forte nelle buona fortuna, e nell'avversa pauroso.
Il parto della montagna
Un monte stava per partorire mandando fortissimi lamenti, e grandissima era l'aspettativa della terra. E partorì un topolino.
Questa favola è scritta per te, che promettendo grandi cose, non cavi un ragno dal buco.
Due soldati, essendosi imbattuti in un ladrone, uno fuggì via, l'altro invece non si mosse e si difese da valoroso. Ucciso il ladrone, il compagno pauroso accorre, impugna la spada, e poi gettando via il mantello grida: «Quà, ora gli farò sentire chi sono quelli che ha assalito.»
Allora quello che aveva lottato: «Avrei voluto che almeno con coteste parole m'avessi aiutato dianzi! Avrei avuto più coraggio prendendole sul serio. Ora riponi il ferro e anche la lingua egualmente inutile, ammesso pure che tu possa ingannare chi non ti conosca. Io che ho sperimentato con quanto coraggio tu fuggi, so quanto poco si deve credere al tuo valore.»
Questo racconto si deve applicare a colui che è forte nelle buona fortuna, e nell'avversa pauroso.
Il parto della montagna
Un monte stava per partorire mandando fortissimi lamenti, e grandissima era l'aspettativa della terra. E partorì un topolino.
Questa favola è scritta per te, che promettendo grandi cose, non cavi un ragno dal buco.
Etichette:
Fedro,
Illusioni,
Maestri di vita,
Mythology
20090115
C'era una volta il test
In questi giorni di malattia mi sono riguardata qualche film della mia infanzia.
I duelli ci sono.
Alcuni dichiarati apertamente che si svolgono in segretezza, altri che ancora covano sotto la cenere.
Col tempo e in tutta calma avverranno anche quest'ultimi.
Una logorante guerra di nervi ma non per me stavolta.
Non potrei neanche: non parlo, non sento e soprattutto non vedo.
Certo è che un bravo attore, per essere tale, non ha bisogno di esprimersi con le parole.
Ci si intende...
Sentenza
Tuco
Il Biondo
Inutile nascondere come andrà a finire... Ma l'inganno è "alle porte".
I duelli ci sono.
Alcuni dichiarati apertamente che si svolgono in segretezza, altri che ancora covano sotto la cenere.
Col tempo e in tutta calma avverranno anche quest'ultimi.
Una logorante guerra di nervi ma non per me stavolta.
Non potrei neanche: non parlo, non sento e soprattutto non vedo.
Certo è che un bravo attore, per essere tale, non ha bisogno di esprimersi con le parole.
Ci si intende...
Sentenza
Tuco
Il Biondo
Inutile nascondere come andrà a finire... Ma l'inganno è "alle porte".
Etichette:
Do you remember?,
Films,
It's my life,
Mythology
20090110
Soprattutto 'continua'... non sprechiamola.
Il mio strumento preferito.
Etichette:
Le Indimenticabili,
Musica,
My definition is this,
Mythology
20090109
Uno che non le mandava a dire
Queste sono alcune poesie di Giuseppe Giusti, il libro si chiama Poesie ed è una ristampa anastatica del 1910 (a cura di Giosuè Carducci).
Oltre alle poesie ci sono delle liriche divertenti, sagge, ma anche molto sarcastiche.
Non potevo far altro che apprezzare...
Solo cinque poesie riporto ma che mi sembrano decisamente "attuali".
:)
La Chiocciola
(1841)
Viva la Chiocciola,
Viva una bestia,
Che unisce il merito
Alla modestia.
Essa all’astronomo
E all’architetto
Forse nell’animo
Destò il concetto
Del cannocchiale
E delle scale.
Viva la Chiocciola
Caro animale.
Contenta ai comodi
Che Dio le fece,
Può dirsi il Diogene
Della sua spece.
Per prender aria
Non passa l’uscio:
Nelle abitudini del proprio guscio
Sta persuasa
E non intasa.
Viva la Chiocciola
Bestia da casa.
Di cibi estranei
Acre prurito
Svegli uno stomaco
Senza appetito:
Essa, sentendosi,
Bene in arnese,
Ha gusto a rodere
Del suo paese
Tranquillamente
L’erba nascente.
Viva la Chiocciola
Bestia astinente.
Nessun procedere
Sa colle buone,
E più di un asino
Fa da leone:
Essa al contrario,
Bestia com’è,
Tira a proposito
Le corna a sé;
Non fa l’audace
Ma frigge e tace.
Viva la Chiocciola
Bestia di pace.
Natura, varia
Ne’ suoi portenti,
La privilegia
Sopra i viventi,
Perchè (carnefici
Sentite questa)
Le fa rinascere
Perfin la testa;
Cosa ammirabile
Ma indubitabile.
Viva la Chiocciola
Bestia invidiabile.
Gufi dottissimi,
Che predicate
E al vostro simile
Nulla insegnate;
E voi, girovaghi,
Ghiotti, scapati,
Padroni idrofobi,
Servi arrembati;
Prego a cantare
L’intercalare:
Viva la Chiocciola,
Bestia esemplare.
Contro un letterato pettegolo e copista
(1845)
O carissimo ciuco,
O cranio parasito
All’erudita greppia incarognito;
Tu del cervello eunuco
All’anime bennate
Palesi le virtù colle pedate.
Somigli uno scaffale,
Di libri a un tempo idropico e digiuno,
Grave di tutti, inteso e di nessuno;
O meglio, un arsenale,
Ove il sapere, in preda alle tignole,
Non serba altro di sé che le parole.
Poichè sfacciatamente
Copi dei panni altrui l’anima nuda,
Scimmia di forti ingegni e Zoilo e Giuda;
Smetti o zucca impotente,
Di prenderti altra briga;
Strascica l’estro sulla falsariga.
Consiglio a un consigliere
(1847)
Signor Consigliere
Ci faccia il piacere
Di dire al Padrone
Che il mondo ha ragione
D’andar come va.
Dirà: - Padron mio,
La mano di Dio
Gli ha dato l’andare;
Di farlo fermare
Maniera non v’ha.
Se il volo si tarpa
Calando la scarpa
A ruota nostrale,
Che ratta sull’ale
Precipita in giù.
La ruota del mondo
Andrà fino in fondo:
né un moto s’arresta
(Stiam lì colla testa)
Che vien di lassù.
Per tutto si vede
Che il carro procede
Con dietro una calca
Che seco travalca
Con libero pié:
E mentre cammina,
Con sorda rapina
I gretti, i poltroni,
I servi, i padroni,
Travolge con sé.
Tra i re del paese
Qualcuno l’intese:
E a dirla tal quale,
Più bene che male
N’ottenne fin qui.
Slentando la briglia,
Tornò di famiglia;
Temeva in quel passo
Di scendere in basso
E invece salì.
Giudizio Messere!
Facendo il cocchiere
In urto alla ruota,
Si va nella mota;
Credetelo a me.
Pensando un ripiego
Io salvo l’impiego
E voi (dando retta),
Rivista e corretta,
La paga di un re.
L’Arruffa Popoli
(1848)
Ateo, salmista, apostolo d’inganno;
Vile se t’odia; se ti palpa abietto;
Monco al ferro, centimano al sacchetto;
Nel no, maestro di color che sanno:
Sotto l’ammanto dello stoico panno
Cela il cor marcio e ‘l mal dell’intelletto;
Invidioso, oltracotante, inetto;
Libera larva di plebeo tiranno:
Tutto sfa, nulla fa, tutto disprezza:
Sonnambulo ha il cervello e la scrittura,
Sofista pregno d’infeconda asprezza:
Fecondità del mulo, a cui Natura
Diè forte il calcio e più l’ostinatezza
Ed i coglioni per coglioni natura.
I più tirano i men
(1848)
Che i più tirino i meno è verità,
Posto che sia nei più senno e virtù;
Ma i meno, caro mio, tirano i più,
Se i più trattiene inerzia o asinità.
Quando un intero popolo ti dà
Sostegno di parole e nulla più,
Non impedisce che ti butti giù
Di pochi impronti la temerità.
Fingi che quattro mi bastonin qui,
E lì ci sien dugento a dire: Ohibò!
Senza scrollarsi o muoversi di lì;
E poi sappimi dir come starò
Con quattro indiavolati a far di sì,
Con dugento citrulli a dir di no.
Etichette:
Antiche attualità,
Cervelloni,
Giuseppe Giusti,
Letteratura,
Maestri di vita,
Metafore Naturali,
Mythology,
Poesie
20090104
La vista di un "punto".
Dedicato a Monia, con affetto.
Etichette:
Cocciante,
Mythology,
Notre Dame de Paris
20090103
Caffè, surtout.
Il primo discorso della mia vita era uno slogan del caffè Splendid.
Mi isolavo in un angolino del salone e ripetevo continuamente le seguenti parole:
"Col caffé di montagna il gusto ci guadagna".
Nel 2007 il remake di un celebre carosello degli anni 60 in versione riveduta e corretta: si parla d'amore in maniera meno romantica e più realistica ma sempre divertente.
Anche i protagonisti sono decisamente più moderni e al passo coi tempi.
Soprattutto Carmencita...
:)
Etichette:
carosello,
Do you remember?,
It's my life,
Molto personale,
Mythology,
pubblicità,
TV
20090101
20081230
20081214
Pasticci(ni)
Tratto da: Alice nel paese delle meraviglie - Lewis Carrol
Quando Alice e il Grifone arrivarono, il Re e la Regina di Cuori erano seduti sul trono e una gran folla era raccolta intorno a loro: uccellini di ogni specie e altre bestie, insieme a tutto il mazzo di carte. Il Fante era in piedi davanti ai sovrani, incatenato, e con un soldato di qua e uno di là, a guardia. Vicino al Re c'era il Coniglio Bianco, con una tromba in una mano e un rotolo di pergamena nell'altra. Nel mezzo della Corte c'era un grande piatto pieno di pasticcini: avevano un aspetto così attraente che Alice a guardarli provò un grande appetito.
- Vorrei che il processo fosse finito - disse fra sé - e che si distribuissero i rinfreschi.
Ma sembrava che non ci fosse nessuna speranza in proposito, e allora cominciò a guardarsi intorno, tanto per passare il tempo.
Prima d'allora, Alice, non aveva mai messo piede in un tribunale ma aveva letto qualcosa nei libri intorno all'argomento e fu molto compiaciuta accorgendosi che conosceva il nome quasi d'ogni cosa, là dentro.
- Quello è il giudice - si disse - perché ha quella gran parrucca.
Il giudice, in quel caso, era il Re stesso; e siccome portava la corona sopra la parrucca, aveva l'aria sentirsi molto a disagio e non aveva un aspetto debitamente imponente.
«E quello è il banco dei giurati» pensò Alice «e quelle dodici bestiole, suppongo che saranno i giurati.»
Ripeté a se stessa due o tre volte l'ultima parola, sentendosi piuttosto orgogliosa della sua scienza: perché pensava, e giustamente, che poche bambine della sua età sarebbero state in grado di spiegarle il significato di certi termini.
I dodici giurati erano tutti affaccendati a scrivere su delle lavagnette.
- Che stanno facendo? - bisbigliò Alice al Grifone - non possono aver nulla da scrivere, ancora, perché il processo non è cominciato.
- Stanno scrivendo i loro nomi - bisbigliò in risposta il Grifone - per paura di dimenticarseli prima che il processo cominci.
- Che stupidi! - cominciò Alice a voce alta, indignata, ma si mise subito zitta perché il Coniglio Bianco gridò:
- Silenzio nella Corte!
E il Re inforcò gli occhiali e guardò attentamente intorno per vedere chi parlasse.
Alice vide benissimo, come se stesse guardando al di sopra delle loro spalle, che tutti i giurati scrivevano "che stupidi" sulle loro lavagne, e si accorse anche che uno di loro non sapeva come si scrivesse la parola "stupidi" e lo chiedeva al suo vicino.
- Un bel pasticcio saranno le loro lavagne prima che il processo sia finito! - si disse Alice.
Uno dei giurati aveva un gessetto che strideva. Alice naturalmente non poteva sopportarlo; attraversò la Corte, venne a mettersi dietro di lui e fece in modo di portargli via il gessetto. Tutto questo fu fatto con tanta rapidità che il povero piccolo giurato (era per l'appunto Memmo, il lucertolone) non riusciva a capire che diavolo fosse capitato al suo gessetto; per cui, dopo averlo cercato un bel pezzo lì intorno, fu costretto a scrivere con un dito per tutto il resto della seduta; e quale fosse il risultato ve lo potete immaginare, perché il dito, naturalmente, non lasciava alcun segno.
- Araldo, leggete l'accusa! - disse il Re.
Il Coniglio Bianco soffiò tre volte nella tromba, poi svolse la pergamena e lesse quel che segue:
La Regina di Cuori fece delle tartine
in un giorno d'estate;
il (fur)Fante di Cuori rubò quelle tartine
e poi se l'è mangiate.
- Riflettete al vostro verdetto! - disse il Re al Giurì.
- Non ancora, non ancora! - lo interruppe in fretta il Coniglio Bianco - ci manca ancora un bel po' prima di arrivare a questo!
- Chiamate il primo testimone! - disse il Re.
E il Coniglio Bianco soffiò tre volte nella tromba e gridò:
- Primo testimone!
Il primo testimone era il Cappellaio. Avanzò con una tazza di tè in mano e un pezzo di pane e burro nell'altra.
- Scusatemi Maestà se vengo con questa roba in mano: ma non avevo finito di prendere il tè quando sono venuti a cercarmi.
- Avreste dovuto aver già finito - disse il Re - Quando cominciaste?
Il Cappellaio guardò la Lepre Marzolina, che l'aveva seguito alla Corte a braccetto col Ghiro:
- Mi pare che fosse il 14 di Marzo - disse.
- Il 15 - corresse la Lepre Marzolina
- Il 16 - disse Ghiro.
- Scrivete! - ordinò il Re ai giurati che premurosamente scrissero tutte e tre le date sulle loro lavagne, poi le addizzionarono e le ridussero a lire e centesimi.
- Il vostro cappello! - disse il Re - Levatevelo!
- Non è il mio - osservò il Cappellaio
- RUBATO! - esclamò il Re, rivolgendosi ai giurati, che subito presero nota del fatto.
- Tengo i cappelli per venderli - si affrettò a spiegare il Cappellaio; - non ho un cappello mio. Sono un cappellaio.
A questo punto la Regina inforcò gli occhiali e cominciò a fissare severamente il Cappellaio che diventò pallido e inquieto.
- Fate la vostra testimonianza - disse il Re - e non siate nervoso, o vi faccio giustiziare sul posto.
Queste parole non sembrarono incoraggiare affatto il testimone che cominciò a dondolarsi ora su un piede ora sull'altro, guardando ansiosamente la Regina, e nella sua confusione addentò un gran pezzo di tazza invece che il pane col burro.
Proprio in quel momento Alice avvertì una sensazione molto curiosa che la imbarazzò un bel po' finché scoprì di che si trattava: semplicemente, stava crescendo di nuovo. Dapprima pensò che avrebbe fatto bene ad alzarsi e a lasciare la Corte, ma riflettendo meglio, decise di rimanere dov'era finché ci fosse posto per lei.
- Mi farebbe un piacere se non spingesse così - disse il Ghiro che sedeva accanto a lei - posso appena tirare il fiato.
- Non posso farne a meno - disse Alice - sto crescendo.
- Ma lei non ha il diritto di crescere QUI! - disse il Ghiro.
- Non dica sciocchezze! - rispose Alice più audacemente - anche lei sta crescendo!
- Sicuro! Ma io cresco ad una velocità ragionevole - disse il Ghiro - e non in quel modo ridicolo!
Si alzò molto seccato e se ne andò dall'altro capo della sala.
Durante tutto questo tempo la Regina aveva continuato a fissare il Cappellaio, e proprio nel momento in cui il Ghiro attraversava la Corte, disse a uno degli ufficiali:
-Portatemi la lista dei cantanti dell'ultimo concerto!
A queste parole il disgraziato Cappellaio cominciò a tremare talmente forte che uscì fuori dalle scarpe.
- Fate la vostra testimonianza - ripeté arrabbiato il Re - o sarete giustiziato all'istante, sia che siate nervoso o no.
- Sono un pover'uomo, Maestà - cominciò il Cappellaio con voce tremante - e non avevo ancora cominciato a prendere il tè... Non... Circa una settimana o così... E che si può dire delle fette di pane col burro che diventano sempre più sottili... e del tremolare del tè...
- Il tremolare di che cosa? - chiese il Re.
- Cominciò col tè...
- Col "tì", volete dire! Si capisce che "tremolare" comincia col "tì" - disse il Re con tono aspro - non c'è bisogno che veniate a insegnarmelo voi. Mi avete preso per un somaro?
- Sono un pover'uomo - seguitò il Cappellaio - dopo questo, la maggior parte delle cose cominciò a tremolare... Soltanto, dice la Lepre Marzolina...
- Non lo dicevo! - interruppe in fretta la Lepre Marzolina.
- Sì che lo dicevi! - insistè il Cappellaio.
- Nego! - disse la lepre Marzolina.
- La Lepre Marzolina nega - disse il Re. - Lascia indietro questa parte.
- Bene, in ogni modo il Ghiro diceva... - continuò il Cappellaio guardando ansiosamente il suo amico, per vedere se anche lui avrebbe negato.
Ma il Ghiro non negò nulla perché dormiva sodo.
- Dopo questo - seguitò il Cappellaio - mi preparai ancora qualche fetta di pane col burro...
- Ma che cosa diceva il Ghiro? - chiese uno dei giurati.
- Questo non me lo ricordo - rispose il Cappellaio.
- Dovete ricordarlo - disse il Re - o sarete giustiziato.
L'infelice Cappellaio lasciò cadere la tazza e il pane col burro e mise un ginocchio a terra:
- Sono un pover'uomo Maestà - cominciò - un uomo da nulla...
- Proprio un buono a nulla! - disse il Re.
A questo punto uno dei porcellini d'India applaudì e fu immediatamente soppresso dagli ufficiali della Corte. (Siccome questa espressione è piuttosto grave, vi spiegherò come si procedeva in questa faccenda. Gli ufficiali avevano un grande sacco, che si legava alla bocca con delle stringhe: ci infilarono dentro il porcellino d'India, con la testa per prima, legarono il sacco e poi ci si misero a sedere sopra.)
(«Son contenta di vedere che si fa così» rifletté Alice «ho letto tante volte nei giornali, alla fine dei processi: "Ci fu un tentativo d'applausi che fu immediatamente soppresso (o represso) dagli ufficiali della Corte", e non avevo mai capito fino ad ora che cosa significasse questa espressione».)
- Se è tutto qui quello che sapete - disse il Re al Cappellaio - potete mettervi giù.
- Non posso mettermi più giù di così: sono sul pavimento - rispose il Cappellaio.
- Insomma potete mettervi giù a sedere - disse il Re.
Qui un altro porcellino applaudì e fu soppresso.
«Bene» pensò Alice «In questo modo si finiscono tutti i porcellini d'India e poi si spera che si andrà avanti meglio».
- Preferirei andarmene a finire il mio té - disse il Cappellaio, con un'occhiata ansiosa verso la Regina che stava leggendo la lista dei cantanti.
- Potete andare - disse il Re.
E il Cappellaio scappò via, senza nemmeno fermarsi a rinfilarsi le scarpe.
-... E a proposito, - aggiunse la Regina rivolgendosi a uno degli ufficiali - tagliategli la testa.
Ma il Cappellaio era fuori di vista prima ancora che l'ufficiale avesse raggiunto la porta.
- Chiamate il secondo testimone! - disse il Re.
Il secondo testimone era la cuoca della Duchessa. Aveva in mano la pepaiola; Alice lo indovinò subito, prima ancora che essa fosse entrata nella Corte, dal modo in cui cominciarono subito a starnutire quelli che erano vicino alla porta.
- Fate la vostra deposizione! - ordinò il Re.
- No! - disse la cuoca.
Il re guardò preoccupato il Coniglio Bianco che disse a bassa voce:
- Vostra Maestà deve interrogare il testimone.
- Già, devo, devo, devo - disse il Re con tono malinconico e, dopo aver incrociato le braccia sul petto, fissando severamente la cuoca finché le sopracciglia aggrottate nascosero quasi completamente gli occhi, chiese con voce profonda:
- Con che cosa si fanno i pasticcini?
- Pepe soprattutto - disse la cuoca.
- Melassa - borbottò una voce assonnata dietro di lei.
- Catturate quel Ghiro! - strillò la Regina - Decapitate quel Ghiro! Cacciate quel Ghiro fuori dalla Corte! Sopprimetelo! Pizzicottatelo! Strappategli i baffi!
Per qualche minuto l'intera Corte fu in scompiglio, occupata a scacciare il Ghiro; e quando finalmente tutti furono tornati ai loro posti, la cuoca era sparita.
- Non importa - disse il Re con aria molto sollevata. - Chiamate l'altro testimone - (e aggiunse sottovoce alla Regina: - Proprio, mia cara, quest'altro testimone dovresti interrogarlo tu. M'è quasi venuto il mal di capo!).
Alice guardava il Coniglio Bianco che frugava con gli occhi la lista, ed era molto curiosa di vedere chi mai sarebbe stato il nuovo testimone «perché finora» si diceva «non hanno ricavato granché dai loro testimoni».
Figuratevi la sua sorpresa quando il Coniglio Bianco gridò con la sua voce più acuta:
- Alice!
- Eccomi! - gridò Alice, dimenticando nella confusione del momento quanto fosse cresciuta negli ultimi istanti, e saltò su così in fretta che con l'orlo del vestito urtò il banco dei giurati, rovesciando tutti i giurati sulla testa della folla di sotto; i poveretti rimasero sparpagliati di qua e di là, così che le ricordavano un certo globo di pesciolini dorati che la settimana prima aveva ribaltato accidentalmente.
- Oh, scusate! - esclamò costernata; e cominciò a raccattarli più alla svelta che poté perché, con l'incidente dei pesci dorati sempre in testa, aveva una vaga idea che dovessero essere ripescati subito e rimessi nel loro banco o sarebbero morti.
- Il processo non può continuare - disse il Re con voce molto grave - finché tutti i giurati non sono di nuovo al loro posto. TUTTI! - ripeté con grave enfasi, fissando severamente Alice mentre parlava.
Alice guardò il banco dei giurati e vide che, nella fretta, aveva messo il lucertolone a testa in giù e la povera bestiolina agitava malinconicamente la coda, assolutamente incapace di muoversi. Lo prese su e lo rimise subito per il verso giusto.
- Non che la cosa abbia grande importanza - si disse Alice - penso che così o a testa in giù sarebbe press'a poco della stessa utilità per l'esito del processo.
Non appena il Giurì si fu un po' rimesso dallo spavento di quel capitombolo, e non appena furono ritrovati e resi a ciascuno gessetti e lavagne, tutti si misero molto diligentemente a scrivere un resoconto dell'incidente.
Tutti, meno il povero Memmo che sembrava troppo scombussolato per far qualcosa e sedeva a bocca aperta, con gli occhi al soffitto.
- Che cosa sapete intorno a questa faccenda? - chiese il Re ad Alice.
- Nulla - disse Alice.
- Nulla di nulla? - insisté il Re.
- Nulla di nulla.
- Questo è molto rilevante - disse il Re, rivolto ai giurati.
I giurati stavano per scrivere queste osservazioni sulle loro lavagne, quando il Coniglio Bianco intervenne:
- Irrilevante, intende dire naturalmente vostra Maestà - disse col tono più rispettoso, ma facendo dei segni molto significativi al Re mentre parlava.
- Si capisce, si capisce, irrilevante, voglio dire - si affrettò a dire il Re; e continuò fra sé e sé, a bassa voce: - rilevante... irrilevante...irrilevante... rilevante - come per sentire quale delle due parole suonasse meglio.
Alcuni giurati scrissero "rilevante" e altri "irrilevante".
Alice lo vide benissimo perché era abbastanza vicino per leggere sulle lavagne: «ma non importa un bel niente» pensò.
In quel momento il Re, che era stato affaccendato per qualche minuto a scrivere nel suo libro d'appunti, gridò:
- Silenzio!
E lesse dal suo libro:
- Regolamento n. 42: tutte le persone alte più d'un miglio dovranno lasciare l'aula del tribunale.
Tutti guardarono Alice. - Io non sono alta un miglio.- disse Alice.
- Lo siete - disse il Re.
- Quasi due miglia!- rincalzò la Regina.
- Bene, sia come vi pare, non me ne andrò! - disse Alice.
- Prima di tutto non è un regolare regolamento: l'avete inventato proprio ora.
- è il più vecchio regolamento sul mio libro.- disse il Re.
- Allora sarebbe il n. 1 - disse Alice.
Il Re impallidì e chiuse in fretta il libro.
- Riflettete al vostro verdetto - disse al giurì con voce bassa e tremante.
- Ci sono ancora delle testimonianze da esaminare, col beneplacito di vostra Maestà - disse il Coniglio Bianco, slanciandosi in avanti in gran fretta.
- Questo documento è stato raccolto proprio ora.
- Che cosa contiene? - interrogò la Regina.
- Non l'ho ancora aperto - disse il Coniglio Bianco - ma sembra che si tratti di una lettera scritta dal prigioniero a... a qualcuno.
- Dev'essere proprio così - disse il Re - a meno che non sia una lettera scritta a nessuno, cosa che è piuttosto fuori del comune - a chi è indirizzata? - chiese uno dei giurati. - Non c'è nessun indirizzo - disse il Coniglio Bianco - all'esterno non c'è scritto nulla.- spiegò la carta mentre parlava e aggiunse: - non è una lettera, dopo tutto: è una poesia. - è scritta di pugno del prigioniero? - domandò un altro giurato.
- No, non è la sua scrittura - disse il Coniglio Bianco - e questa è la cosa più strana.
Tutti i giurati parvero imbarazzati.
- Deve avere imitato la scrittura di qualcun altro - disse il Re.
Tutti i giurati si illuminarono.
- Col beneplacito di Vostra Maestà - disse il Fante - Io non ho scritto la poesia e nessuno può provare che l'ho scritta: non c'è la mia firma.
- Il fatto che non l'abbiate firmata - disse il Re - non fa che peggiorare la cosa. Se non ci fosse stata sotto qualche malizia, avreste messo la vostra firma come qualunque galantuomo.
Questa parole furono seguite da un battimani generale: era la prima cosa veramente intelligente che il Re avesse detto quel giorno.
- Questo, naturalmente, prova la sua colpa - disse la Regina - per cui tagliategli...
- Questo non prova un bel nulla! - disse Alice.
- Come!? Se non sapete nemmeno quel che c'è scritto dentro!
- Leggete la poesia! - ordinò il Re.
Il Coniglio Bianco inforcò gli occhiali.
- Col beneplacito di vostra Maestà, da dove devo iniziare? - chiese.
- Iniziate dall'inizio - disse gravemente il Re - e andate avanti fino alla fine; poi fermatevi.
Si sarebbe sentita volare una mosca, nella Corte, mentre il Coniglio Bianco leggeva questi versi:
Mi mandò a dire che non ci andassi
(san già la verità).
Se mi spingesse nei mali passi,
di te che mai sarà?
Io a lei sol uno,
due loro a lui,
a noi tu più di tre;
tornaron tutti, ragion per cui
saran tutti per me.
Se si dovesse, noi due, per caso,
trovarci in questo affare,
dice che quello ci mette il naso
e sa di rimediare.
Non ti nascondo che il mio pensiero,
prima di quest' attacco,
è che un impiccio tu sia davvero,
e causa dello smacco.
Fa' che non sappia la preferenza
che noi abbiam per loro,
e se anche, questo ti par scemenza,
credi, il silenzio è d'oro.
- Questa è la più importante testimonianza che abbiamo trovato fino ad ora - disse il Re, fregandosi le mani. - Signori giurati, riflettete al...
- Se qualcuno può spiegare quella filastrocca - disse Alice, la quale era talmente cresciuta in questi ultimi pochi minuti che non aveva minimamente paura di interrompere il Re - se qualcuno può spiegarla, gli do una lira. Non credo che ci sia un briciolo di senso comune in tutte quelle parole!
Tutti i giurati scrissero sulle loro lavagne: "essa non crede che ci sia un briciolo di senso comune in tutte quelle parole".
Ma nessuno di loro fece il più piccolo tentativo per spiegarle.
- Se non c'è nessun senso - disse il Re - ci risparmiamo un mondo di fastidi, perché non abbiamo nessun bisogno di trovarcene uno. - e tuttavia... tuttavia non so - aggiunse, stendendo la carta sul ginocchio e sbirciando i versi con un occhio solo - mi sembra che qualche senso, dopo tutto, ci si possa trovare... "ahimè non so nuotare"... Voi non sapete nuotare, vero? - chiese rivolto al Fante. Il Fante scosse tristemente le testa:
- Ho l'aria di uno che sa nuotare?
(Certamente non aveva l'aria di uno che sa nuotare, essendo fatto interamente di cartone.)
- Benissimo, fin qui - disse il Re; e seguitò a borbottare fra sé e sé i versi: - "san già la verità"... Questo si riferisce certamente ai giurati. "se mi spingesse nei mali passi"... è un'allusione alla Regina... "che mai sarà di te?"... eh, eh, sicuro: che sarà di te?... "io a lei sol uno, due loro a lui"... dev'essere quel che ha fatto dei pasticcini, si capisce...
- Ma il verso seguente dice: "tornaron tutti" osservò Alice.
- Infatti, eccoli là! - disse il Re trionfante, indicando i pasticcini sulla tavola. - Nulla potrebbe essere più chiaro! Poi, vediamo: "... prima di quest'attacco...". Tu non hai mai avuto degli attacchi di rabbia, vero, mia cara? - disse alla Regina.
- Mai! - urlò furiosa la Regina, e scaraventò un calamaio addosso al povero Memmo.
(L'infelice Memmo aveva smesso di scrivere col dito sulla lavagna, essendosi accorto che non lasciava alcun segno; ma ora ricominciò in fretta, servendosi dell'inchiostro che gli colava giù per la faccia, finché ce ne fu.)
- Se non hai avuto degli attacchi - seguitò il Re - allora la cosa non attacca.
E girò lo sguardo sull'assemblea con un sorriso.
Ci fu un silenzio mortale.
- è un gioco di parole - spiegò il Re, con aria offesa; e tutti risero.
- Signori giurati, riflettete al vostro verdetto! - disse il Re per la ventesima volta circa, in quel giorno.
- No, no - disse la Regina; - prima la sentenza, il verdetto dopo.
- Idiozia e stupidaggine! - disse Alice a voce alta.
- Che bell'idea! La sentenza prima del verdetto!
- Tieni a posto la lingua! - gridò la Regina, diventando paonazza.
- No!- disse Alice.
- Via la testa! - urlò con quanto fiato aveva in gola la Regina.
Nessuno si mosse.
- E che m'importa di voialtri? - disse Alice (che aveva intanto raggiunto completamente la sua statura). - Non siete niente altro che un mazzo di carte!
A queste parole, l'intero mazzo di carte si sollevò nell'aria e ricadde svolazzando giù sopra di lei. Alice mandò un piccolo grido, mezzo di paura e mezzo di rabbia, e cercò di scacciarlo via e... si trovò distesa sulla panchina, con la testa in grembo a sua sorella, che stava togliendole dolcemente dal viso alcune foglie morte che erano cadute giù dagli alberi.
- Svegliati Alice, cara! - disse la sorella - che sonno lungo hai fatto!
Quando Alice e il Grifone arrivarono, il Re e la Regina di Cuori erano seduti sul trono e una gran folla era raccolta intorno a loro: uccellini di ogni specie e altre bestie, insieme a tutto il mazzo di carte. Il Fante era in piedi davanti ai sovrani, incatenato, e con un soldato di qua e uno di là, a guardia. Vicino al Re c'era il Coniglio Bianco, con una tromba in una mano e un rotolo di pergamena nell'altra. Nel mezzo della Corte c'era un grande piatto pieno di pasticcini: avevano un aspetto così attraente che Alice a guardarli provò un grande appetito.
- Vorrei che il processo fosse finito - disse fra sé - e che si distribuissero i rinfreschi.
Ma sembrava che non ci fosse nessuna speranza in proposito, e allora cominciò a guardarsi intorno, tanto per passare il tempo.
Prima d'allora, Alice, non aveva mai messo piede in un tribunale ma aveva letto qualcosa nei libri intorno all'argomento e fu molto compiaciuta accorgendosi che conosceva il nome quasi d'ogni cosa, là dentro.
- Quello è il giudice - si disse - perché ha quella gran parrucca.
Il giudice, in quel caso, era il Re stesso; e siccome portava la corona sopra la parrucca, aveva l'aria sentirsi molto a disagio e non aveva un aspetto debitamente imponente.
«E quello è il banco dei giurati» pensò Alice «e quelle dodici bestiole, suppongo che saranno i giurati.»
Ripeté a se stessa due o tre volte l'ultima parola, sentendosi piuttosto orgogliosa della sua scienza: perché pensava, e giustamente, che poche bambine della sua età sarebbero state in grado di spiegarle il significato di certi termini.
I dodici giurati erano tutti affaccendati a scrivere su delle lavagnette.
- Che stanno facendo? - bisbigliò Alice al Grifone - non possono aver nulla da scrivere, ancora, perché il processo non è cominciato.
- Stanno scrivendo i loro nomi - bisbigliò in risposta il Grifone - per paura di dimenticarseli prima che il processo cominci.
- Che stupidi! - cominciò Alice a voce alta, indignata, ma si mise subito zitta perché il Coniglio Bianco gridò:
- Silenzio nella Corte!
E il Re inforcò gli occhiali e guardò attentamente intorno per vedere chi parlasse.
Alice vide benissimo, come se stesse guardando al di sopra delle loro spalle, che tutti i giurati scrivevano "che stupidi" sulle loro lavagne, e si accorse anche che uno di loro non sapeva come si scrivesse la parola "stupidi" e lo chiedeva al suo vicino.
- Un bel pasticcio saranno le loro lavagne prima che il processo sia finito! - si disse Alice.
Uno dei giurati aveva un gessetto che strideva. Alice naturalmente non poteva sopportarlo; attraversò la Corte, venne a mettersi dietro di lui e fece in modo di portargli via il gessetto. Tutto questo fu fatto con tanta rapidità che il povero piccolo giurato (era per l'appunto Memmo, il lucertolone) non riusciva a capire che diavolo fosse capitato al suo gessetto; per cui, dopo averlo cercato un bel pezzo lì intorno, fu costretto a scrivere con un dito per tutto il resto della seduta; e quale fosse il risultato ve lo potete immaginare, perché il dito, naturalmente, non lasciava alcun segno.
- Araldo, leggete l'accusa! - disse il Re.
Il Coniglio Bianco soffiò tre volte nella tromba, poi svolse la pergamena e lesse quel che segue:
La Regina di Cuori fece delle tartine
in un giorno d'estate;
il (fur)Fante di Cuori rubò quelle tartine
e poi se l'è mangiate.
- Riflettete al vostro verdetto! - disse il Re al Giurì.
- Non ancora, non ancora! - lo interruppe in fretta il Coniglio Bianco - ci manca ancora un bel po' prima di arrivare a questo!
- Chiamate il primo testimone! - disse il Re.
E il Coniglio Bianco soffiò tre volte nella tromba e gridò:
- Primo testimone!
Il primo testimone era il Cappellaio. Avanzò con una tazza di tè in mano e un pezzo di pane e burro nell'altra.
- Scusatemi Maestà se vengo con questa roba in mano: ma non avevo finito di prendere il tè quando sono venuti a cercarmi.
- Avreste dovuto aver già finito - disse il Re - Quando cominciaste?
Il Cappellaio guardò la Lepre Marzolina, che l'aveva seguito alla Corte a braccetto col Ghiro:
- Mi pare che fosse il 14 di Marzo - disse.
- Il 15 - corresse la Lepre Marzolina
- Il 16 - disse Ghiro.
- Scrivete! - ordinò il Re ai giurati che premurosamente scrissero tutte e tre le date sulle loro lavagne, poi le addizzionarono e le ridussero a lire e centesimi.
- Il vostro cappello! - disse il Re - Levatevelo!
- Non è il mio - osservò il Cappellaio
- RUBATO! - esclamò il Re, rivolgendosi ai giurati, che subito presero nota del fatto.
- Tengo i cappelli per venderli - si affrettò a spiegare il Cappellaio; - non ho un cappello mio. Sono un cappellaio.
A questo punto la Regina inforcò gli occhiali e cominciò a fissare severamente il Cappellaio che diventò pallido e inquieto.
- Fate la vostra testimonianza - disse il Re - e non siate nervoso, o vi faccio giustiziare sul posto.
Queste parole non sembrarono incoraggiare affatto il testimone che cominciò a dondolarsi ora su un piede ora sull'altro, guardando ansiosamente la Regina, e nella sua confusione addentò un gran pezzo di tazza invece che il pane col burro.
Proprio in quel momento Alice avvertì una sensazione molto curiosa che la imbarazzò un bel po' finché scoprì di che si trattava: semplicemente, stava crescendo di nuovo. Dapprima pensò che avrebbe fatto bene ad alzarsi e a lasciare la Corte, ma riflettendo meglio, decise di rimanere dov'era finché ci fosse posto per lei.
- Mi farebbe un piacere se non spingesse così - disse il Ghiro che sedeva accanto a lei - posso appena tirare il fiato.
- Non posso farne a meno - disse Alice - sto crescendo.
- Ma lei non ha il diritto di crescere QUI! - disse il Ghiro.
- Non dica sciocchezze! - rispose Alice più audacemente - anche lei sta crescendo!
- Sicuro! Ma io cresco ad una velocità ragionevole - disse il Ghiro - e non in quel modo ridicolo!
Si alzò molto seccato e se ne andò dall'altro capo della sala.
Durante tutto questo tempo la Regina aveva continuato a fissare il Cappellaio, e proprio nel momento in cui il Ghiro attraversava la Corte, disse a uno degli ufficiali:
-Portatemi la lista dei cantanti dell'ultimo concerto!
A queste parole il disgraziato Cappellaio cominciò a tremare talmente forte che uscì fuori dalle scarpe.
- Fate la vostra testimonianza - ripeté arrabbiato il Re - o sarete giustiziato all'istante, sia che siate nervoso o no.
- Sono un pover'uomo, Maestà - cominciò il Cappellaio con voce tremante - e non avevo ancora cominciato a prendere il tè... Non... Circa una settimana o così... E che si può dire delle fette di pane col burro che diventano sempre più sottili... e del tremolare del tè...
- Il tremolare di che cosa? - chiese il Re.
- Cominciò col tè...
- Col "tì", volete dire! Si capisce che "tremolare" comincia col "tì" - disse il Re con tono aspro - non c'è bisogno che veniate a insegnarmelo voi. Mi avete preso per un somaro?
- Sono un pover'uomo - seguitò il Cappellaio - dopo questo, la maggior parte delle cose cominciò a tremolare... Soltanto, dice la Lepre Marzolina...
- Non lo dicevo! - interruppe in fretta la Lepre Marzolina.
- Sì che lo dicevi! - insistè il Cappellaio.
- Nego! - disse la lepre Marzolina.
- La Lepre Marzolina nega - disse il Re. - Lascia indietro questa parte.
- Bene, in ogni modo il Ghiro diceva... - continuò il Cappellaio guardando ansiosamente il suo amico, per vedere se anche lui avrebbe negato.
Ma il Ghiro non negò nulla perché dormiva sodo.
- Dopo questo - seguitò il Cappellaio - mi preparai ancora qualche fetta di pane col burro...
- Ma che cosa diceva il Ghiro? - chiese uno dei giurati.
- Questo non me lo ricordo - rispose il Cappellaio.
- Dovete ricordarlo - disse il Re - o sarete giustiziato.
L'infelice Cappellaio lasciò cadere la tazza e il pane col burro e mise un ginocchio a terra:
- Sono un pover'uomo Maestà - cominciò - un uomo da nulla...
- Proprio un buono a nulla! - disse il Re.
A questo punto uno dei porcellini d'India applaudì e fu immediatamente soppresso dagli ufficiali della Corte. (Siccome questa espressione è piuttosto grave, vi spiegherò come si procedeva in questa faccenda. Gli ufficiali avevano un grande sacco, che si legava alla bocca con delle stringhe: ci infilarono dentro il porcellino d'India, con la testa per prima, legarono il sacco e poi ci si misero a sedere sopra.)
(«Son contenta di vedere che si fa così» rifletté Alice «ho letto tante volte nei giornali, alla fine dei processi: "Ci fu un tentativo d'applausi che fu immediatamente soppresso (o represso) dagli ufficiali della Corte", e non avevo mai capito fino ad ora che cosa significasse questa espressione».)
- Se è tutto qui quello che sapete - disse il Re al Cappellaio - potete mettervi giù.
- Non posso mettermi più giù di così: sono sul pavimento - rispose il Cappellaio.
- Insomma potete mettervi giù a sedere - disse il Re.
Qui un altro porcellino applaudì e fu soppresso.
«Bene» pensò Alice «In questo modo si finiscono tutti i porcellini d'India e poi si spera che si andrà avanti meglio».
- Preferirei andarmene a finire il mio té - disse il Cappellaio, con un'occhiata ansiosa verso la Regina che stava leggendo la lista dei cantanti.
- Potete andare - disse il Re.
E il Cappellaio scappò via, senza nemmeno fermarsi a rinfilarsi le scarpe.
-... E a proposito, - aggiunse la Regina rivolgendosi a uno degli ufficiali - tagliategli la testa.
Ma il Cappellaio era fuori di vista prima ancora che l'ufficiale avesse raggiunto la porta.
- Chiamate il secondo testimone! - disse il Re.
Il secondo testimone era la cuoca della Duchessa. Aveva in mano la pepaiola; Alice lo indovinò subito, prima ancora che essa fosse entrata nella Corte, dal modo in cui cominciarono subito a starnutire quelli che erano vicino alla porta.
- Fate la vostra deposizione! - ordinò il Re.
- No! - disse la cuoca.
Il re guardò preoccupato il Coniglio Bianco che disse a bassa voce:
- Vostra Maestà deve interrogare il testimone.
- Già, devo, devo, devo - disse il Re con tono malinconico e, dopo aver incrociato le braccia sul petto, fissando severamente la cuoca finché le sopracciglia aggrottate nascosero quasi completamente gli occhi, chiese con voce profonda:
- Con che cosa si fanno i pasticcini?
- Pepe soprattutto - disse la cuoca.
- Melassa - borbottò una voce assonnata dietro di lei.
- Catturate quel Ghiro! - strillò la Regina - Decapitate quel Ghiro! Cacciate quel Ghiro fuori dalla Corte! Sopprimetelo! Pizzicottatelo! Strappategli i baffi!
Per qualche minuto l'intera Corte fu in scompiglio, occupata a scacciare il Ghiro; e quando finalmente tutti furono tornati ai loro posti, la cuoca era sparita.
- Non importa - disse il Re con aria molto sollevata. - Chiamate l'altro testimone - (e aggiunse sottovoce alla Regina: - Proprio, mia cara, quest'altro testimone dovresti interrogarlo tu. M'è quasi venuto il mal di capo!).
Alice guardava il Coniglio Bianco che frugava con gli occhi la lista, ed era molto curiosa di vedere chi mai sarebbe stato il nuovo testimone «perché finora» si diceva «non hanno ricavato granché dai loro testimoni».
Figuratevi la sua sorpresa quando il Coniglio Bianco gridò con la sua voce più acuta:
- Alice!
- Eccomi! - gridò Alice, dimenticando nella confusione del momento quanto fosse cresciuta negli ultimi istanti, e saltò su così in fretta che con l'orlo del vestito urtò il banco dei giurati, rovesciando tutti i giurati sulla testa della folla di sotto; i poveretti rimasero sparpagliati di qua e di là, così che le ricordavano un certo globo di pesciolini dorati che la settimana prima aveva ribaltato accidentalmente.
- Oh, scusate! - esclamò costernata; e cominciò a raccattarli più alla svelta che poté perché, con l'incidente dei pesci dorati sempre in testa, aveva una vaga idea che dovessero essere ripescati subito e rimessi nel loro banco o sarebbero morti.
- Il processo non può continuare - disse il Re con voce molto grave - finché tutti i giurati non sono di nuovo al loro posto. TUTTI! - ripeté con grave enfasi, fissando severamente Alice mentre parlava.
Alice guardò il banco dei giurati e vide che, nella fretta, aveva messo il lucertolone a testa in giù e la povera bestiolina agitava malinconicamente la coda, assolutamente incapace di muoversi. Lo prese su e lo rimise subito per il verso giusto.
- Non che la cosa abbia grande importanza - si disse Alice - penso che così o a testa in giù sarebbe press'a poco della stessa utilità per l'esito del processo.
Non appena il Giurì si fu un po' rimesso dallo spavento di quel capitombolo, e non appena furono ritrovati e resi a ciascuno gessetti e lavagne, tutti si misero molto diligentemente a scrivere un resoconto dell'incidente.
Tutti, meno il povero Memmo che sembrava troppo scombussolato per far qualcosa e sedeva a bocca aperta, con gli occhi al soffitto.
- Che cosa sapete intorno a questa faccenda? - chiese il Re ad Alice.
- Nulla - disse Alice.
- Nulla di nulla? - insisté il Re.
- Nulla di nulla.
- Questo è molto rilevante - disse il Re, rivolto ai giurati.
I giurati stavano per scrivere queste osservazioni sulle loro lavagne, quando il Coniglio Bianco intervenne:
- Irrilevante, intende dire naturalmente vostra Maestà - disse col tono più rispettoso, ma facendo dei segni molto significativi al Re mentre parlava.
- Si capisce, si capisce, irrilevante, voglio dire - si affrettò a dire il Re; e continuò fra sé e sé, a bassa voce: - rilevante... irrilevante...irrilevante... rilevante - come per sentire quale delle due parole suonasse meglio.
Alcuni giurati scrissero "rilevante" e altri "irrilevante".
Alice lo vide benissimo perché era abbastanza vicino per leggere sulle lavagne: «ma non importa un bel niente» pensò.
In quel momento il Re, che era stato affaccendato per qualche minuto a scrivere nel suo libro d'appunti, gridò:
- Silenzio!
E lesse dal suo libro:
- Regolamento n. 42: tutte le persone alte più d'un miglio dovranno lasciare l'aula del tribunale.
Tutti guardarono Alice. - Io non sono alta un miglio.- disse Alice.
- Lo siete - disse il Re.
- Quasi due miglia!- rincalzò la Regina.
- Bene, sia come vi pare, non me ne andrò! - disse Alice.
- Prima di tutto non è un regolare regolamento: l'avete inventato proprio ora.
- è il più vecchio regolamento sul mio libro.- disse il Re.
- Allora sarebbe il n. 1 - disse Alice.
Il Re impallidì e chiuse in fretta il libro.
- Riflettete al vostro verdetto - disse al giurì con voce bassa e tremante.
- Ci sono ancora delle testimonianze da esaminare, col beneplacito di vostra Maestà - disse il Coniglio Bianco, slanciandosi in avanti in gran fretta.
- Questo documento è stato raccolto proprio ora.
- Che cosa contiene? - interrogò la Regina.
- Non l'ho ancora aperto - disse il Coniglio Bianco - ma sembra che si tratti di una lettera scritta dal prigioniero a... a qualcuno.
- Dev'essere proprio così - disse il Re - a meno che non sia una lettera scritta a nessuno, cosa che è piuttosto fuori del comune - a chi è indirizzata? - chiese uno dei giurati. - Non c'è nessun indirizzo - disse il Coniglio Bianco - all'esterno non c'è scritto nulla.- spiegò la carta mentre parlava e aggiunse: - non è una lettera, dopo tutto: è una poesia. - è scritta di pugno del prigioniero? - domandò un altro giurato.
- No, non è la sua scrittura - disse il Coniglio Bianco - e questa è la cosa più strana.
Tutti i giurati parvero imbarazzati.
- Deve avere imitato la scrittura di qualcun altro - disse il Re.
Tutti i giurati si illuminarono.
- Col beneplacito di Vostra Maestà - disse il Fante - Io non ho scritto la poesia e nessuno può provare che l'ho scritta: non c'è la mia firma.
- Il fatto che non l'abbiate firmata - disse il Re - non fa che peggiorare la cosa. Se non ci fosse stata sotto qualche malizia, avreste messo la vostra firma come qualunque galantuomo.
Questa parole furono seguite da un battimani generale: era la prima cosa veramente intelligente che il Re avesse detto quel giorno.
- Questo, naturalmente, prova la sua colpa - disse la Regina - per cui tagliategli...
- Questo non prova un bel nulla! - disse Alice.
- Come!? Se non sapete nemmeno quel che c'è scritto dentro!
- Leggete la poesia! - ordinò il Re.
Il Coniglio Bianco inforcò gli occhiali.
- Col beneplacito di vostra Maestà, da dove devo iniziare? - chiese.
- Iniziate dall'inizio - disse gravemente il Re - e andate avanti fino alla fine; poi fermatevi.
Si sarebbe sentita volare una mosca, nella Corte, mentre il Coniglio Bianco leggeva questi versi:
Disse che andava colui da lei
per farmi rammentare.
Io se potessi ci tornerei,
ma, ahimè, non so nuotare.
per farmi rammentare.
Io se potessi ci tornerei,
ma, ahimè, non so nuotare.
Mi mandò a dire che non ci andassi
(san già la verità).
Se mi spingesse nei mali passi,
di te che mai sarà?
Io a lei sol uno,
due loro a lui,
a noi tu più di tre;
tornaron tutti, ragion per cui
saran tutti per me.
Se si dovesse, noi due, per caso,
trovarci in questo affare,
dice che quello ci mette il naso
e sa di rimediare.
Non ti nascondo che il mio pensiero,
prima di quest' attacco,
è che un impiccio tu sia davvero,
e causa dello smacco.
Fa' che non sappia la preferenza
che noi abbiam per loro,
e se anche, questo ti par scemenza,
credi, il silenzio è d'oro.
- Questa è la più importante testimonianza che abbiamo trovato fino ad ora - disse il Re, fregandosi le mani. - Signori giurati, riflettete al...
- Se qualcuno può spiegare quella filastrocca - disse Alice, la quale era talmente cresciuta in questi ultimi pochi minuti che non aveva minimamente paura di interrompere il Re - se qualcuno può spiegarla, gli do una lira. Non credo che ci sia un briciolo di senso comune in tutte quelle parole!
Tutti i giurati scrissero sulle loro lavagne: "essa non crede che ci sia un briciolo di senso comune in tutte quelle parole".
Ma nessuno di loro fece il più piccolo tentativo per spiegarle.
- Se non c'è nessun senso - disse il Re - ci risparmiamo un mondo di fastidi, perché non abbiamo nessun bisogno di trovarcene uno. - e tuttavia... tuttavia non so - aggiunse, stendendo la carta sul ginocchio e sbirciando i versi con un occhio solo - mi sembra che qualche senso, dopo tutto, ci si possa trovare... "ahimè non so nuotare"... Voi non sapete nuotare, vero? - chiese rivolto al Fante. Il Fante scosse tristemente le testa:
- Ho l'aria di uno che sa nuotare?
(Certamente non aveva l'aria di uno che sa nuotare, essendo fatto interamente di cartone.)
- Benissimo, fin qui - disse il Re; e seguitò a borbottare fra sé e sé i versi: - "san già la verità"... Questo si riferisce certamente ai giurati. "se mi spingesse nei mali passi"... è un'allusione alla Regina... "che mai sarà di te?"... eh, eh, sicuro: che sarà di te?... "io a lei sol uno, due loro a lui"... dev'essere quel che ha fatto dei pasticcini, si capisce...
- Ma il verso seguente dice: "tornaron tutti" osservò Alice.
- Infatti, eccoli là! - disse il Re trionfante, indicando i pasticcini sulla tavola. - Nulla potrebbe essere più chiaro! Poi, vediamo: "... prima di quest'attacco...". Tu non hai mai avuto degli attacchi di rabbia, vero, mia cara? - disse alla Regina.
- Mai! - urlò furiosa la Regina, e scaraventò un calamaio addosso al povero Memmo.
(L'infelice Memmo aveva smesso di scrivere col dito sulla lavagna, essendosi accorto che non lasciava alcun segno; ma ora ricominciò in fretta, servendosi dell'inchiostro che gli colava giù per la faccia, finché ce ne fu.)
- Se non hai avuto degli attacchi - seguitò il Re - allora la cosa non attacca.
E girò lo sguardo sull'assemblea con un sorriso.
Ci fu un silenzio mortale.
- è un gioco di parole - spiegò il Re, con aria offesa; e tutti risero.
- Signori giurati, riflettete al vostro verdetto! - disse il Re per la ventesima volta circa, in quel giorno.
- No, no - disse la Regina; - prima la sentenza, il verdetto dopo.
- Idiozia e stupidaggine! - disse Alice a voce alta.
- Che bell'idea! La sentenza prima del verdetto!
- Tieni a posto la lingua! - gridò la Regina, diventando paonazza.
- No!- disse Alice.
- Via la testa! - urlò con quanto fiato aveva in gola la Regina.
Nessuno si mosse.
- E che m'importa di voialtri? - disse Alice (che aveva intanto raggiunto completamente la sua statura). - Non siete niente altro che un mazzo di carte!
A queste parole, l'intero mazzo di carte si sollevò nell'aria e ricadde svolazzando giù sopra di lei. Alice mandò un piccolo grido, mezzo di paura e mezzo di rabbia, e cercò di scacciarlo via e... si trovò distesa sulla panchina, con la testa in grembo a sua sorella, che stava togliendole dolcemente dal viso alcune foglie morte che erano cadute giù dagli alberi.
- Svegliati Alice, cara! - disse la sorella - che sonno lungo hai fatto!
20081117
Vedi sotto
Sotto, a scelta:
L'adulazione è come l'acqua di Colonia: è da annusare, non da bere (losh Billings)
Nessuno merita lodi per la sua bontà, se non ha la forza di essere cattivo. (La Rochefoucauld)
La volpe e il corvo - Fedro
Chi si compiace di essere lodato da ingannevoli parole paga il turpe fio con tardivo pentimento.
Un corvo, volendo mangiare un pezzo di formaggio portato via da una finestra, mentre se ne stava su un alto albero, ecco che lo vede una volpe che senz'altro cominciò a dirgli:
«O qual'è la lucidezza delle tue penne, o corvo!
Quanta leggiadria hai nel corpo e nell'aspetto!
se tu avessi la voce, nessun uccello ti supererebbe».
E quello stolto, volendo mostrare la voce, lascia cadere dalla bocca il formaggio, che lestamente l'astuta volpe rapì con avidi denti.
Allora gemette lo stupido corvo ingannato.
L'adulazione è come l'acqua di Colonia: è da annusare, non da bere (losh Billings)
Nessuno merita lodi per la sua bontà, se non ha la forza di essere cattivo. (La Rochefoucauld)
La volpe e il corvo - Fedro
Chi si compiace di essere lodato da ingannevoli parole paga il turpe fio con tardivo pentimento.
Un corvo, volendo mangiare un pezzo di formaggio portato via da una finestra, mentre se ne stava su un alto albero, ecco che lo vede una volpe che senz'altro cominciò a dirgli:
«O qual'è la lucidezza delle tue penne, o corvo!
Quanta leggiadria hai nel corpo e nell'aspetto!
se tu avessi la voce, nessun uccello ti supererebbe».
E quello stolto, volendo mostrare la voce, lascia cadere dalla bocca il formaggio, che lestamente l'astuta volpe rapì con avidi denti.
Allora gemette lo stupido corvo ingannato.
Etichette:
Favole,
Fedro,
Maestri di vita,
Mythology
20081103
Questo gioco fa (o non fa) per chi?
Uno dei fumetti sotto forma di film cinematografico che preferivo in assoluto.
No.
Volevo dire che questo film è come se fosse un fumetto visto che certe mosse rocambolesche risulterebbero a dir poco improbabili da eseguire nella realtà.
Nel caso in cui fosse nato come "fumetto", il discorso sarebbe diverso, ecco cosa intendevo.
Col tempo è diventato qualcosa di più...
Direttamente dal Giappone la versione incensurata e a colori della "Resa dei conti" tra la protagonista e gli 88 folli.
Il momento che preferisco in assoluto dura appena 30 secondi: 6.30 - 7.00
Eh sì che quello è proprio il massimo della libidine!
;)
Etichette:
Amen,
Cosa avrà voluto dire?,
Do you remember?,
Mythology,
Nessuna paura,
Satisfaction,
Silence please
20080711
20080706
La mia terra 3
Da un po di tempo a questa parte, alla solita ora, si sente il suono di un aereo in lontananza.
Oppure:
un aereo sorvola casa mia tutte le sere alle 22:50.
Tutte le sere lo aspetto perché mi trasmette pace e tranquillità.
La lavatrice, nel silenzio di casa, mi fa lo stesso effetto.
Oppure:
un aereo sorvola casa mia tutte le sere alle 22:50.
Tutte le sere lo aspetto perché mi trasmette pace e tranquillità.
La lavatrice, nel silenzio di casa, mi fa lo stesso effetto.
Etichette:
Do you remember?,
Films,
Giancattivi,
Mythology
20080626
20080624
Sole olandese
Pensare che quest'uomo, negli anni 50, era il chitarrista del complesso di un mito incomparabile come Renato Carosone.
Chitarrista come:
George Harrison
Keith Richards
Mark Knoplef
Andy Summers
tanto per citarne alcuni e il fatto che siano stranieri ha un suo perché.
Riprovo.
Ho elencato dei chitarristi: musicisti che suonano o suonavano il medesimo strumento che Peter Van Wood suona e suonava ai tempi di Carosone.
Sarebbe stato possibile che un genio come Carosone avesse potuto lanciare il suo complesso con un chitarrista incapace?
Cavoli.
Questa è storia della musica.
Storia della musica italiana.
Vogliamo credere veramente che noi italiani non abbiamo insegnato a nessuno?
Un po' di rispetto per la musica.
Un po' di rispetto per la storia.
Un po' di rispetto per la storia della musica italiana.
Semplicemente, un po' di rispetto.
Chitarrista come:
George Harrison
Keith Richards
Mark Knoplef
Andy Summers
tanto per citarne alcuni e il fatto che siano stranieri ha un suo perché.
Riprovo.
Ho elencato dei chitarristi: musicisti che suonano o suonavano il medesimo strumento che Peter Van Wood suona e suonava ai tempi di Carosone.
Sarebbe stato possibile che un genio come Carosone avesse potuto lanciare il suo complesso con un chitarrista incapace?
Cavoli.
Questa è storia della musica.
Storia della musica italiana.
Vogliamo credere veramente che noi italiani non abbiamo insegnato a nessuno?
Un po' di rispetto per la musica.
Un po' di rispetto per la storia.
Un po' di rispetto per la storia della musica italiana.
Semplicemente, un po' di rispetto.
Etichette:
My definition is this,
Mythology,
Peter Van Wood,
Silence please
20080616
20080605
Iscriviti a:
Commenti (Atom)