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20090109

Uno che non le mandava a dire



Queste sono alcune poesie di Giuseppe Giusti, il libro si chiama Poesie ed è una ristampa anastatica del 1910 (a cura di Giosuè Carducci).

Oltre alle poesie ci sono delle liriche divertenti, sagge, ma anche molto sarcastiche.

Non potevo far altro che apprezzare...

Solo cinque poesie riporto ma che mi sembrano decisamente "attuali".

:)



La Chiocciola

(1841)

Viva la Chiocciola,
Viva una bestia,
Che unisce il merito
Alla modestia.
Essa all’astronomo
E all’architetto
Forse nell’animo
Destò il concetto
Del cannocchiale
E delle scale.

Viva la Chiocciola
Caro animale.

Contenta ai comodi
Che Dio le fece,
Può dirsi il Diogene
Della sua spece.
Per prender aria
Non passa l’uscio:
Nelle abitudini del proprio guscio
Sta persuasa
E non intasa.

Viva la Chiocciola
Bestia da casa.

Di cibi estranei
Acre prurito
Svegli uno stomaco
Senza appetito:
Essa, sentendosi,
Bene in arnese,
Ha gusto a rodere
Del suo paese
Tranquillamente
L’erba nascente.

Viva la Chiocciola
Bestia astinente.

Nessun procedere
Sa colle buone,
E più di un asino
Fa da leone:
Essa al contrario,
Bestia com’è,
Tira a proposito
Le corna a sé;
Non fa l’audace
Ma frigge e tace.

Viva la Chiocciola
Bestia di pace.

Natura, varia
Ne’ suoi portenti,
La privilegia
Sopra i viventi,
Perchè (carnefici
Sentite questa
)
Le fa rinascere
Perfin la testa;
Cosa ammirabile
Ma indubitabile.

Viva la Chiocciola
Bestia invidiabile.

Gufi dottissimi,
Che predicate
E al vostro simile
Nulla insegnate;
E voi, girovaghi,
Ghiotti, scapati,
Padroni idrofobi,
Servi arrembati;
Prego a cantare
L’intercalare:

Viva la Chiocciola,
Bestia esemplare.



Contro un letterato pettegolo e copista

(1845)

O carissimo ciuco,
O cranio parasito
All’erudita greppia incarognito;
Tu del cervello eunuco
All’anime bennate
Palesi le virtù colle pedate.

Somigli uno scaffale,
Di libri a un tempo idropico e digiuno,
Grave di tutti, inteso e di nessuno;
O meglio, un arsenale,
Ove il sapere, in preda alle tignole,
Non serba altro di sé che le parole.

Poichè sfacciatamente
Copi dei panni altrui l’anima nuda,
Scimmia di forti ingegni e Zoilo e Giuda;

Smetti o zucca impotente,
Di prenderti altra briga;
Strascica l’estro sulla falsariga.


Consiglio a un consigliere

(1847)


Signor Consigliere
Ci faccia il piacere
Di dire al Padrone
Che il mondo ha ragione
D’andar come va.
Dirà: - Padron mio,
La mano di Dio
Gli ha dato l’andare;
Di farlo fermare
Maniera non v’ha.
Se il volo si tarpa
Calando la scarpa
A ruota nostrale,
Che ratta sull’ale
Precipita in giù.
La ruota del mondo
Andrà fino in fondo:
né un moto s’arresta
(Stiam lì colla testa)
Che vien di lassù.
Per tutto si vede
Che il carro procede
Con dietro una calca
Che seco travalca
Con libero pié:
E mentre cammina,
Con sorda rapina
I gretti, i poltroni,
I servi, i padroni,
Travolge con sé.
Tra i re del paese
Qualcuno l’intese:
E a dirla tal quale,
Più bene che male
N’ottenne fin qui.

Slentando la briglia,
Tornò di famiglia;
Temeva in quel passo
Di scendere in basso
E invece salì.
Giudizio Messere!
Facendo il cocchiere
In urto alla ruota,
Si va nella mota;
Credetelo a me.
Pensando un ripiego
Io salvo l’impiego
E voi (dando retta),
Rivista e corretta,
La paga di un re.


L’Arruffa Popoli

(1848)

Ateo, salmista, apostolo d’inganno;
Vile se t’odia; se ti palpa abietto;
Monco al ferro, centimano al sacchetto;
Nel no, maestro di color che sanno:
Sotto l’ammanto dello stoico panno
Cela il cor marcio e ‘l mal dell’intelletto;
Invidioso, oltracotante, inetto;
Libera larva di plebeo tiranno:
Tutto sfa, nulla fa, tutto disprezza:
Sonnambulo ha il cervello e la scrittura,
Sofista pregno d’infeconda asprezza:
Fecondità del mulo, a cui Natura
Diè forte il calcio e più l’ostinatezza
Ed i coglioni per coglioni natura.


I più tirano i men

(1848)

Che i più tirino i meno è verità,
Posto che sia nei più senno e virtù;
Ma i meno, caro mio, tirano i più,
Se i più trattiene inerzia o asinità.
Quando un intero popolo ti dà
Sostegno di parole e nulla più,
Non impedisce che ti butti giù
Di pochi impronti la temerità.

Fingi che quattro mi bastonin qui,
E lì ci sien dugento a dire: Ohibò!
Senza scrollarsi o muoversi di lì;
E poi sappimi dir come starò
Con quattro indiavolati a far di sì,
Con dugento citrulli a dir di no.


20081217

(NO) Blood Revolution

Tratto da Disobbedienza Civile - Henry Thoreau

Per sei anni non ho pagato la poll-tax. Per questo sono stato incarcerato per una notte e mentre me ne stavo lì, a osservare quei muri di pietra massiccia spessi due o tre piedi, la porta di legno e di ferro dello spessore di un piede e l'inferriata dalla quale filtrava la luce, non potei fare a meno di riflettere sull'assurdità di quella istituzione che mi trattava come se fossi stato semplice carne, sangue e ossa, da mettere sotto chiave.

Mi colpiva che, alla fine, avesse dedotto che questo era il migliore uso che poteva fare di me, e che non avesse mai pensato di avvalersi in qualche altro modo dei miei servigi. Capii che se c'era un muro di pietra fra me e i miei concittadini ce n'era uno ancora più difficile da scalare o sfondare, prima che potessero arrivare a essere liberi come lo ero io.

Neppure per un momento mi sentii imprigionato, e quei muri mi sembravano solo un grande spreco di pietra e di malta. Mi sentivo come se solo io, fra tutti i miei concittadini, avessi pagato la mia tassa. E loro, naturalmente, non sapevano come trattarmi e si comportavano da ignoranti.

In ogni minaccia e in ogni cortesia c'era grossolanità, poiché credevano che il mio più grande desiderio fosse quello di trovarmi dall'altra parte del muro di pietra. Non potevo fare a meno di sorridere notando con quanta cura essi chiudevano a chiave le porte che imprigionavano i miei pensieri, che tuttavia li seguivano anche fuori, senza alcun vincolo o impedimento, e che in realtà rappresentavano l'unico pericolo.

Dato che non potevano raggiungere me, avevano deciso di punire il mio corpo; proprio come i ragazzini, che se non possono arrivare a qualcuno per il quale portano rancore finiscono per maltrattarne il cane.

Capii che lo Stato era stupido, timoroso come una zitella in mezzo all'argenteria, incapace di distinguere gli amici dai nemici: persi tutto il rispetto che mi era rimasto nei suoi confronti, e lo compatii.

20081214

Alice nel paese delle Trombavoglie (I)



Introduzione di Davide Sala ad Alice nel paese delle meraviglie

(Edizione Giunti)

Un'ultima riflessione, su moralità, amoralità, immoralità nei racconti per bambini. Sappiamo tutti quali sono gli ingredienti che, nella società contemporanea, fanno il successo dei prodotti narrativi per giovanissimi. Avventura, sesso e violenza spinti e banalizzati all'estremo incollano senza scampo i nostri figli alla serie televisiva, al film, al fumetto di turno. Una mancanza di cultura, o forse di memoria culturale, ci fa spesso dimenticare che gli stessi ingredienti hanno incollato a libri e racconti generazioni di giovani fin dagli albori della storia. Puntando l'attenzione su prodotti narrativi per bambini, non possiamo fare a meno di notare come sesso e violenza siano le basi, più o meno celate, delle favole della nostra infanzia.
Chi può negare la pioggia di sangue che lorda le pagine di Cappuccetto Rosso? Chi disconosce la simbologia fallica del naso di Pinocchio? Se controbattiamo che in Cappuccetto rosso la violenza è confinata nella sfera della fantasia dovremmo riconoscere di aver cresciuto figli così mentecatti da credere prodotti della cronaca le Tartarughe Ninja o i Power Rangers. Se invece confidiamo nel mascheramento del simbolo sessuale da parte del Collodi, dovremmo interrogarci sugli effetti deleteri di un messaggio subliminale del tipo: se dici le bugie ti diventa lungo.
Spesso ci si sofferma troppo sulla superficie dei prodotti narrativi per bambini (enumerando morti ammazzati, parolacce e seni nudi contenuti in ognuno di essi), senza curarsi minimamente delle loro strutture assiologiche profonde.
Anche in Alice nel paese delle Meraviglie è possibile individuare simboli sessuali ed episodi di violenza inaudita: da una parte il collo/fallo della bambina che si allunga a dismisura o la porticina/vagina nascosta dietro la tenda; dall'altra una Regina sanguinaria che fa decapitare chiunque le capiti a tiro, o il crudele "richiamo all'ordine" dei porcellini d'India.
Questo tipo di violenza non differisce dai Power Rangers perché meno 'reale', ma piuttosto perché è la concretizzazione di uno schema assiologico profondo in cui la significatività, l'efficacia e l'etica stessa della convenzione-violenza sono radicalmente messe in ridicolo: è a questo livello profondo che è forse possibile fare dei distinguo: le liste dei morti ammazzati o dei nudi integrali risolvono ben poco.

20080929

"Pene” di morte



Tratto da:

La donna sulle dune - Anais Nin

Era a Parigi quando avevano impiccato un radicale russo che aveva ucciso un diplomatico …
A quei tempi per chi commetteva reati gravi esisteva ancora la pena di morte. Generalmente veniva eseguita all’alba, quando nessuno era ancora alzato, in una piccola piazza vicino alla prigione della Santé, dove ai tempi della rivoluzione si ergeva la ghigliottina …
Tutti gli studenti e gli artisti di Montparnasse, i giovani agitatori e rivoluzionari avevano deciso di assistere all’esecuzione. Aspettarono alzati tutta la notte, ubriacandosi. Lei aveva aspettato con loro, si era ubriacata con loro, e si sentiva molto eccitata e impaurita. Era la prima volta che stava per vedere impiccare qualcuno. Era la prima volta che era testimone di una scena che si era ripetuta molte, molte volte durante la rivoluzione. Verso l’alba la folla si spostò verso la piazza, avvicinandosi il più possibile nonostante il cordone di poliziotti, e si raccolse in cerchio. Lei si sentiva trasportata dalle ondate di folla e di gente che spingeva verso un luogo che distava dieci metri dall’impalcatura. Stava là, spinta verso il capestro, osservando affascinata e terrorizzata. Poi un movimento della folla la allontanò dalla sua posizione. Poteva ancora vedere stando in piedi. La gente la schiacciava da tutte le parti. Il prigioniero fu introdotto con gli occhi bendati. Il boia lo aspettava, poco distante. Due poliziotti tenevano l’uomo e lentamente lo portavano su per le scale del patibolo. In quel momento si accorse di qualcuno che premeva contro di lei più per ardore che per necessità. Nella condizione di tremore e di eccitazione in cui si trovava, quella pressione non era spiacevole. Il suo corpo era eccitato. Comunque, si poteva muovere a malapena, inchiodata come era dalla folla curiosa …
Due mani le circondarono la vita, e sentì nettamente il corpo di un uomo, il duro desiderio di lui contro il suo culo. Trattenne il respiro. I suoi occhi fissavano il russo che stava per essere impiccato, e che la rendeva dolorosamente nervosa, mentre nello stesso tempo due mani raggiungevano il suo seno e lo schiacciavano. Si sentì stordita da sensazioni contrastanti. Non si mosse, né girò la testa. Una mano stava ora cercando un’apertura nella gonna e trovò i bottoni. Ogni bottone che la mano slacciava la faceva ansimare di paura mista a sollievo. La mano aspettò, temendo una protesta, prima di continuare con il bottone successivo. Lei non si mosse. Poi con una destrezza e una prontezza che non si sarebbe mai aspettata, le due mani le fecero girare la gonna in modo da spostare l’apertura di dietro. In piedi tra la folla, quello che ora poteva sentire era un pene che si introduceva lentamente nell’apertura della gonna. I suoi occhi rimasero fissi sull’uomo che saliva sul patibolo, mentre a ogni battito del cuore il pene guadagnava terreno. Era passato attraverso la gonna e aveva aperto una fessura nelle mutandine. Come era caldo e solido e duro contro la sua carne. Ora il condannato era sul patibolo e il nodo scorsoio gli stava passando intorno al collo. Il dolore provocato da questa visione era così grande da rendere il contatto carnale un sollievo, una cosa umana, calda e consolatoria. Le sembrava che quel pene che si agitava tra le sue natiche fosse qualcosa di stupendo che si aggrappava alla vita, alla vita mentre la morte era così vicina … Senza dire una parola, il russo infilò la testa nel cappio. Il corpo di lei tremò. Il pene si muoveva tra le soffici pieghe delle sue natiche, facendosi inesorabilmente strada verso la sua carne. Lei vibrava di paura, ed era come una vibrazione di desiderio. Come il condannato si trovò lanciato nello spazio e nella morte, il pene vibrò dentro di lei, emettendo a fiotti la sua calda linfa. La folla le spinse l’uomo contro. Smise quasi di respirare, e, mentre la sua paura si trasformava in piacere, in piacere selvaggio sentendo la vita mentre un uomo stava morendo, svenne.


Potrei mettermi a scrivere di come il raggiungimento della morte va di pari passo a quello dell'orgasmo o dell'erotismo come protesta al potere, o ancora lasciarmi trascinare dal confronto della morte (impiccagione) con l'immortalità della vita (sperma).

Non ci penso neanche, troppo difficile, non ne sarei capace.

La verità è che trovo questo passo terribilmente eccitante.

ps: ogni riferimento a fatti, persone, nazionalità è puramente casuale.




20080609

L' "energia nucleare" di Apollinaire

Tratto da:

La lentezza - Milan Kundera

L'immagine del tizio col panciotto gli è rimasta conficcata nell'anima come una scheggia e non riesce a liberarsene; il che è tanto più fastidioso in quanto sta cercando di sedurre una donna: come sedurla, infatti, se tutti i suoi pensieri sono concentrati su quella scheggia che gli fa male?

Lei si accorge del suo cattivo umore:

«Dove sei stato tutto questo tempo? Pensavo che non saresti più tornato. Che avessi deciso di mollarmi.»

Vincent capisce di non esserle indifferente e questo attenua un poco il dolore che gli provoca la scheggia. Ricomincia a fare il seduttore ma lei rimane sulle sue:

«Non raccontarmi storie. Improvvisamente sei cambiato. Hai incontrato qualcuno che conosci?»

«Ma no, ma no» dice Vincent

«Ma sì, ma sì. Hai incontrato una donna. E ti prego, se vuoi andare con lei, va pure. Mezz'ora fa non ti conoscevo nemmeno e posso benissimo continuare a non conoscerti.»

Julie è sempre più triste, e per un uomo non vi è balsamo più efficace della tristezza da lui stesso causata a una donna.

«Ma no credimi, non c'è nessuna donna. C'era un rompicoglioni, un emerito cretino con il quale ho avuto una discussione. Tutto qui, ti assicuro.»
E le accarezza la guancia con tanta sincerità, con tanta tenerezza che i sospetti di lei svaniscono.

«Fatto sta che sei completamente diverso Vincent»

«Vieni» fa lui e la invita ad accompagnarlo al bar. Vuole strapparsi la scheggia dall'anima con un torrente di whisky. L'elegantone col panciotto è ancora lì, insieme ad altre persone. Non ci sono donne con lui e questo riconforta Vincent: perché con lui c'è Julie che gli sembra ogni momento più carina. Ordina ancora due whisky, gliene porge uno, beve rapidamente il suo, poi si china verso di lei:

«Guarda è quello là, quel cretino col panciotto e gli occhiali.»

«Quello? Ma Vincent è una nullità, una nullità assoluta! Come puoi preoccuparti di lui?»

«Hai ragione, è un malchiavato, è un anticazzo, è un senzapalle.» dice Vincent e gli sembra che la presenza di Julie lo allontani dalla sua sconfitta, perché la vera vittoria, la sola che abbia un valore, è la conquista di una donna rimorchiata a tempo di record nell'ambiente lugubremente anerotico degli entomologi.

«Una nullità, una nullità, te lo assicuro» ripete Julie.

«Hai ragione, se continuo ad occuparmi di lui divento cretino come lui» e lì, accanto al bar, davanti a tutti, la bacia sulla bocca.

Fu il loro primo bacio.
Poi escono nel parco, passeggiano, si fermano e si baciano di nuovo. Trovano una panchina in mezzo al prato e si siedono.

Si ode in lontananza il mormorio del fiume. Sono turbati e non sanno il perché.

«Un tempo nei castelli come questi si facevano delle orge. Nel Settecento sai. Sade, Il Marchese de Sade. La filosofia del Boudoir. Lo hai letto?»

«No»

«Devi leggerlo assolutamente. Te lo presterò, è una conversazione fra due uomini e due donne nel bel mezzo di un orgia»

«Sì» dice lei.

«Sono tutti e quattro nudi e fanno all'amore tutti insieme.»

«Sì»

«Ti piacerebbe vero?»

«Non so» dice lei, ma più che un rifiuto, c'è in quel "non so" la commovente sincerità di una modestia esemplare.

Non è così facile strappar via una scheggia, Si può dominare il dolore, rimuoverlo,fingere di non pensarci più, ma simulare è faticoso. Se Vincent si accalora tanto parlando di Sade e delle sue orge, più che per corrompere Julie lo fa per cercare di dimenticare l'affronto che ha dovuto subire dall'elegantone col panciotto.

«Ma sì che lo sai» dice, e di nuovo la stringe a se e la bacia. «Lo sai benissimo che ti piacerebbe» e vorrebbe citarle frasi, descriverle situazioni di quel fantastico libro intitolato La filosofia del Boudoir.

Poi si alzano e continuano la passeggiata. Appare la grande luna uscendo dall'intrico del fogliame, Vincent guarda Julie e, tutt'a un tratto, si sente stregato: quella luce bianca conferisce alla giovane donna la bellezza di una fata, una bellezza che lo sorprende, una bellezza nuova di cui finora non si era accorto, bellezza fine, fragile, casta, inaccessibile.

E di colpo, senza neppure rendersi conto di come sia accaduto, si immagina il suo buco del culo. Improvvisamente, inopinatamente, ha questa immagine davanti agli occhi e non può sbarazzarsene.

Ah, quel liberatorio buco del culo! Grazie ad esso l'elegantone col panciotto (finalmente, finalmente!) si è dileguato una volta per tutte. Quel che non sono riusciti a fare tre whisky, l'ha saputo fare in solo secondo un buco del culo!

Vincent abbraccia Julie, la bacia, le palpa il seno, contempla la sua delicata bellezza di fata e contemporaneamente non smette un attimo di immaginare il suo buco del culo. Ha una voglia tremenda di dirle: «Ti tocco il seno ma penso continuamente al tuo buco del culo» Ma non può, la parola non esce dalla bocca. Più pensa al buco del culo di Julie e più lei è bianca, trasparente, angelica, di modo che gli risulta impossibile pronunciare quella frase ad alta voce.

...

Il buco del culo. Si può chiamarlo, in un altro modo per esempio come Guillaume Apollinaire: la nona porta del corpo.

Della sua poesia sulle nove porte del corpo della donna esistono due versioni: la prima, Apollinaire la inviò alla sua amante Lou in una lettera scritta in trincea l'11 maggio 1915; la seconda la inviò dallo stesso luogo a un'altra amante, Madeleine, il 21 settembre dello stesso anno.

Le due poesie, belle entrambe, sono diverse per ideazione ma hanno identica struttura: ogni strofa è dedicata ad una delle porte del corpo dell'amata: un occhio, l'altro occhio, un orecchio, l'altro orecchio, la narice destra, la narice sinistra, la bocca, poi, nella poesia per Lou, "la porta delle tue natiche", e, infine, la nona porta, la vulva,.

Ma nella seconda poesia, quella per Madeleine, interviene alla fine un curioso scambio di porte. La vulva viene retrocessa all'ottavo posto e il buco del culo, che si apre tra "due montagne perlacee" diventa la nona porta "più misteriosa ancora delle altre", porta "di sortilegi che neanche si osa nominare", la "porta suprema".

Penso a quei quattro mesi e dieci giorni che separano le due poesie, quattro mesi che Apollinaire ha trascorso in trincea, immerso in intense fantasticherie erotiche che l'hanno portato a questo cambiamento di prospettiva, a questa rivelazione: è il buco del culo il punto in cui si concentra miracolosamente tutta l'energia nucleare della nudità.

La porta della vulva è importante, certo, (e chi oserebbe negarlo?) ma troppo ufficialmente importante; un luogo registrato, classificato, controllato, commentato, esaminato, sperimentato, sorvegliato, cantato, celebrato.

La vulva: rumoroso crocevia in cui si incontra la garrula umanità, tunnel attraverso il quale passano le generazioni. Solo gli stolti si lasciano convincere dell'intimità di questo luogo, il più pubblico di tutti. L'unico luogo veramente intimo è il buco del culo, la porta suprema; suprema perché la più misteriosa, la più segreta.

A questa sapienza, che è costata ad Apollinaire quattro mesi sotto un firmamento di granate, Vincent è pervenuto nel corso di una sola passeggiata con Julie resa diafana dal chiaro di luna.




Se una donna mi dice: ti amo perché sei intelligente, perché sei onesto, perché mi fai dei regali, perché non corri dietro alle altre, perché lavi i piatti, ci rimango male; il suo amore mi sembra interessato. Quanto è bello sentirsi dire: sono pazza di te sebbene tu non sia né intelligente né onesto, sebbene tu sia bugiardo, egoista e mascalzone!


Un libro chiaro e, perchè no, anche pieno di realtà, mi è piaciuto perché ironico, a tratti divertente e un po' (è il caso di dirlo) paraculo.

:)