20091123

Cu nasci tunnu

Il Cinno

Racconto di Stefano Benni


La spalla del barista è il Cinno, ovvero il ragazzo di bar, altrimenti detto fattorino. Il Cinno ha una bella faccia rosea bombardata di brufoli e vive in simbiosi con la sua bicicletta, la bicicletta del Cinno.
Con essa il Cinno piomba come un falco in tutti i punti della città, supera gli autobus in corsa, atterrisce i cani e sgomina i vigili. Il Cinno, nell'andare in bicicletta, ha una serie di regole fisse:

a) è severamente vietato mettere le mani sul manubrio. Questo non solo quando si hanno le mani impegnate con un vassoio di tazze, thermos e maritozzi, ma in ogni altra occasione.

b) l'andatura da Cinno dev'essere altalenante, ovvero la bicicletta deve dondolare da sinistra a destra e viceversa, sfiorando il suolo, di modo che nel raggio di venti metri non si frappongano ostacoli viventi.

c) Si cade sempre e solo sulle ginocchia, qualunque sia la dinamica dell'incidente. Questo crea il famoso ginocchio da Cinno, uno dei problemi della medicina moderna. Esso è costituito da un arcipelago di croste e crostoni, che si rigenera continuamente.

d) Mentre pedala, il Cinno canta.

e) La via normale del Cinno è costituita da: marciapiedi, portoni, androni, giardini, portici. la strada è accuratamente evitata, perché pericolosa e perché le donne sono chiuse dentro le macchine e si vedono peggio. Tutto questo comporta, naturalmente, che il Cinno sia molto odiato da vigili, pedoni e benpensanti.

Come si diventa Cinno? Si diventa Cinno perché non si ha più voglia di studiare. Alcuni lasciano la scuola e fanno i vicedirettori nell'azienda del babbo. Altri si mettono a fare borse e cinture. Altri ancora si fanno passare un piccolo stipendio mensile, si iscrivono ad Architettura e partono per il Gargano. Altri, inspiegabilmente, preferiscono diventare Cinno. Qualcuno parla di vocazione, altri di ragioni sociali.
Come che sia, Cinno non si diventa da un giorno all'altro.


Come si diventa Cinno.

Il piccolo Masotti, il primo giorno di scuola, non piangeva come tutti gli altri bambini. Mangiava un fruttino di cotognata e si guardava intorno. Piangevano, invece, i Masotti genitori, perché era il giorno che sognavano da anni. Il piccolo Masotti fu inquadrato con tanti bambini neri e tante bambine bianche. Il direttore, un uomo dallo sguardo severo e i modi bruschi, li guardò sfilare tutti davanti senza dire una parola. Quando passò Masotti lo fermò, e gli disse: «Tu aggiustati il fiocco» e fece l'atto di toccarlo. Il piccolo Masotti estrasse dal grembiulino nero una gambina secca e piena di bozzi da caduta di bicicletta, e colpì il direttore al cavallo delle braghe.
Ebbe così inizio la carriera scolastica del piccolo Masotti.

Il piccolo Masotti era figlio unico di due Masotti. Masotti padre era camionista e portava pesce refrigerato su e giù per l'autostrada. Triglie giapponesi, merluzzi di Hong Kong e un rombo di Cattolica a far da guardia. Guidava tutta la notte con la sola compagnia di un pacchetto di nazionali e una foto a colori di Ava Gardner, con un autografo falso fatto dalla moglie. Non aveva mai avuto incidenti, tolta la distruzione di un Mottagrill Pavesi nel 1968 e una caduta nel Po per la quale i pescatori della zona continuarono a pescare per molti anni a seguire. Guadagnava quanto bastava per non morire di fame, ma sognava per il figlio un futuro diverso.

Masotti madre faceva le tendine a fiori con una macchina da cucire a pedali, il casco in testa e una maglia della Legnano per non sciupare i vestiti. Le vendeva agli ospizi e ai camionisti amici del marito, per cui faceva anche la decoratrice. Prendeva un vecchio tre assi e in un giorno lo trasformava in un confortevole chalet svizzero, con vasetti di fiori, fodere con i coniglietti, tappetini e, a richiesta, un abat-jour sul retrovisore. Anche lei sognava per il figlio un futuro diverso.

Fu deciso che il piccolo Masotti si sarebbe laureato e avrebbe fatto l'avvocato. Fu allevato con grandi dosi di minestra e, su consiglio degli amici del bar, con giochi che sviluppavano l'intelligenza, come la battaglia navale e il meccano. Ma il piccolo Masotti non si rivelò subito né geniale né più avanti di quelli della sua età. Le sue corazzate affondavano come biscotti e l'unica cosa che riuscì a fare col meccano fu un metro snodabile da sarto.
Non leggeva Kant, non aveva orecchio per la musica, se gli si metteva la matita in mano disegnava sempre la stessa cosa, una patata, e poi si addormentava. è ancora un bimbo, verrà fuori, dicevano i Masotti genitori, ma erano un po' preoccupati. Masotti padre lo rimpinzava di fosforo, e ogni tanto rubava qualche quintale di merluzzo congelato dal carico e obbligava p.M. (piccolo Masotti) a mangiarlo a merenda. P.M. non protestava, si metteva il pesce in bocca e andava a giocare sotto al camion.

La prima pagella del Masotti fu tutta di 1, con un 3 in ginnastica. Il maestro disse che il ragazzo, si vedeva subito, era svogliato, non seguiva, e passava il tempo a intagliare con un temperino. Aveva già distrutto il suo banco ricavandone due zoccoli olandesi e una mazza da baseball, e doveva tenere i gomiti poggiati sulla porzione del compagno.
Le sue scheggie di legno costituivano un pericolo mortale per la classe, perché partivano come proiettili. Era capace di far decollare, in un giorno, fino a duecento aeroplanini di carta, alcuni dei quali restavano in aria anche dieci minuti oscurando la visibilità. I suoi dettati pesavano come crescenti fritte e trasudavano inchiostro e sudore. Faceva delle a larghe un foglio e doveva fermarsi stravolto a metà della curva.
Fu subito bocciato.

Masotti padre, per l'incazzatura, prese su e andò da Bologna a Taranto in tre ore da casello a casello, tanto che il camion si surriscaldò e arrivò a destinazione un gigantesco carico di fritto il cui odore appetitoso fu sentito in tutta la città dei due mari. La Masotti madre non disse niente, continuò a pedalare sulla macchina da cucire, ma con l'aria triste di chi è rimasto staccato dal gruppo in salita.

Il p.M. fu mandato a ripetizione dal professor Manicardi, bella figura di studioso, che lo legò alla sedia e gli lesse per nove ore Leopardi, tutti i giorni, per tre mesi. Il piccolo Masotti imparò a memoria metà dell'Infinito, poi fece la doccia e dimenticò tutto. Fu bocciato anche l'anno seguente, e poi quello seguente.
Allora Masotti padre gli disse che se non si metteva a studiare non gli avrebbe più dato da mangiare. Il p.M. accusò il colpo. Tutte le notti si sentì la sua voce ripetere «Se un contadino ha nove mele e ne vende la metà...». Studiò per un mese, spostando grandi quantità di mele sul tavolo e contattando tutti i contadini della zona. Alla fine propose come soluzione dieci mele e mezzo e una cambiale di meloni in tre rate. Fu ribocciato.

Il Masotti padre si rassegnò. Invecchiato e con le gomme sgonfie, senza neanche più la forza di suonare il clacson, cominciò a girare in tondo sulla tangenziale senza voler vedere più nessuno. Gli amici gli tiravano al volo panini e giornali dal finestrino, e una volta al mese una battona ex trapezista di circo si lanciava da un Leoncino in corsa per tenergli compagnia.
La Masotti madre, invecchiata e incanutita, aveva smesso di pedalare e allenava una squadra di suore che facevano mutande per carcerati. Il piccolo Masotti, che aveva ormai diciannove anni e stazzava sul quintale, andava a scuola col suo grembiulino che gli copriva metà del torace, e la cartella con la solita vecchia matita, un mozzicone invisibile a occhio nudo, che portava a temperare da un orefice.

Andò avanti, finché i soldi finirono. Un giorno il piccolo Masotti aprì la cartella e non trovò la solita merenda, un panino con una cernia.
Quella sera non tornò a casa.
L'indomani, alle prime luci dell'alba, si presentò al bar.

Era nato un Cinno.


20091112

BH




Tratto da:
Jerome diventa un genio - Il segreto dell'intelligenza, Eran Katz

«La cosa migliore da fare è pregare» disse rivolto a Jerome, che era lì in attesa.

Jerome assunse un'espressione cinica. «Josik» disse con tono agitato. «Ancora non ti è chiaro, eh? Io non sono il tipo che si mette pregare! Può darsi che Dio sia d'aiuto a te, ma con me è meglio che non ci si metta. Sono andato in sinagoga una volta sola in tutta la mia vita. Era lo Yom Kippur (Letteralmente "Giorno della conciliazione". È considerato il giorno più sacro dell'anno. Gli ebrei devono digiunare e pregare tutto il giorno chiedendo a Dio di perdonarli per i loro peccati), e non credo di aver fatto una grande impressione su di lui. Migliaia di persone sono andate in sinagoga più di quanto abbia fatto io, quindi sono sicuramente prima di me, nella fila».

«Questo non è vero» rispose Schneiderman. «Non è mai troppo tardi...» Ma il rabbino mise una mano sul braccio di Schneiderman per dirgli di non continuare.

«La preghiera è come un mantra, come abbiamo già detto» esordì a sorpresa. «Se non credi in Dio, avrai fede in qualcos'altro. Sai che non sei solo. Se non hai timore di Dio, la preghiera può comunque aiutarti nella concentrazione. Prega la tua forza interiore, la tua fede in te stesso. La preghiera è una dichiarazione d'intenti. Quando ad esempio dici: "Dio dammi un cuore puro e uno spirito giusto" in verità stai dicendo che, in un certo senso, sei "fresco e pronto per la battaglia", la battaglia dei libri e dello studio. Anche se non sei una persona di fede, sei d'accordo con me che questa frase suscita in te qualcosa di positivo?»

«Be' sì, in termini teorici».

«Nell'ebraismo esiste una preghiera specifica per ogni azione. Prima di mangiare ci si lava le mani e si benedice il pane. Prima di partire per un viaggio recitiamo la "Preghiera del viaggiatore" e prima di andare a dormire diciamo lo Shm'a (Preghiera che gli ebrei recitano tutte le mattina quando si alzano e tutte le sere prima di andare a dormire: "Ecco, Israele: il Signore è il nostro solo e unico Dio"). L'obiettivo di queste preghiere è quello di aiutarci a concentrarci sul compito che ci aspetta, di allontanare l'attenzione delle altre cose in modo da riuscire a concentrarci su quello che stiamo per fare.
Le preghiere dicono: non ti distrarre! Dedica tutto te stesso e concentrati sul percorso che dovrai compiere, sul cibo che avrai di fronte. È inutile dire che questa concentrazione aiuta la digestione, migliora l'attenzione di chi deve guidare e, cosa che ha maggiore attinenza con la nostra conversazione, innalza il livello di efficacia dello studio».

«E che preghiera dici tu?» chiese Jerome al giovane studioso.

Schneiderman sorrise.

«Tante. "Eterno amore" o "Dai ai nostri cuori la sapienza" per esempio. Vengono dalla preghiera della Shemonè Esrè (Letteralmente "18". Chiamata anche Amidah, che significa "in piedi". Fa parte delle preghiere quotidiane, che si recitano tre volte al giorno)».

Jerome ci guardò sconsolato.

«Mi sentirei un po' un ipocrita se dovessi mettermi a pregare. Non solo non ho mai rispettato nessuno dei comandamenti, adesso mi metto pure a chiedere a Lui di aiutarmi a studiare? Sarebbe come avere una bella faccia di bronzo, non trovi?»

«Non necessariamente» rispose a sorpresa Itamar. «Credimi, sei certamente una persona che merita l'intervento divino» sorrise.

Jerome gli dette un'occhiata sorpresa.

«Allora, guarda: non hai ucciso nessuno né rubato mai nulla» spiegò Itamar. «Hai onorato tua madre e tuo padre e rispettato molti altri comandamenti, e fatto buone azioni dal profondo del cuore e seguendo la logica che ti guida. Quindi, anche se non sei un timorato di Dio, Dio ti vede e ti ascolta. Almeno, questo penso accada per chiunque rispetti le regole comuni dell'umana decenza».

«Una volta ho rubato dei cioccolatini in un supermercato».

«Niente di che».

«E un'altra volta non ho restituito i soldi quando ho ricevuto troppo resto».

«Ma sì, dai...».

«E una volta ho investito un gatto».

«Sono cose che succedono».

«E anche un cane».

«Anche questo succede».

«E un pinguino».

«Hai investito un pinguino?!»

«O forse era una suora, non mi ricordo». Sorrise. «La sai anche tu questa, vero Josik?»

«E comunque» continuò Itamar, ignorando Jerome «puoi sempre inventarti una preghiera personale, un mantra; una frase importante alla quale credi davvero e che ti infonda una specie di gioia e di motivazione a iniziare qualsiasi cosa tu abbia deciso di fare. Che ti metta dell'umore giusto. Prova».

Jerome sorrise tra sé e sé e rivolse lo sguardo al cielo, come per riflettere su qualcosa. «Interessante» disse. «Ci penserò su».

«E un'altra cosa» aggiunse il rabbino. «Avrai forse notato che gli ebrei molto religiosi spesso scrivono le lettere "BH" in cima alla pagina».

«Beezrat Hashem: significa "con l'aiuto di Dio"». Jerome fece sfoggio di erudizione.

«Ma è anche una dichiarazione d'intenti» aggiunse il rabbino, mostrandoci una delle pagine che aveva con sé.

«Quando hai intenzione di scrivere qualcosa e parti con le lettere "BH", ti prepari a fare qualcosa di importante e sacro a cui devi applicarti pienamente, e chiedendo l'aiuto di Dio è improbabile che tu scriva le cose con trascuratezza, no? Quel "BH" in cima alla pagina ti obbliga a concentrarti e a tirare fuori il meglio di te, perché il Santissimo è stato chiamato in causa. Su una pagina a Lui dedicata non potresti scrivere menzogne, o oscenità, ma solo verità e cose che sono importanti e servono per un obiettivo».

«Affascinante», si entusiasmò Itamar. «Dunque mentre studi e prendi appunti, scrivi "BH" in cima alla pagina, oppure sai che ti dico? Scrivi qualcos'altro che ha per te un peso tale che ti faccia sentire obbligato a lavorare meglio. Così prenderai gli appunti al meglio possibile».

«Anche questa è una buona idea» confermò Jerome.

«Allora andiamo avanti» continuò il rabbino. «Sei seduto comodo, hai pregato e hai scritto "BH" in cima alla pagina. Adesso devi mettere a leggere e a imparare»...

20091024

Il coro "alla Teresina"...




Teresa
Racconto di Italo Calvino tratto da "Prima che tu dica pronto"

Scesi dal marciapiede, feci qualche passo a ritroso guardando in su, e, giunto in mezzo alla via, portai le mani alla bocca, a megafono e gridai verso gli ultimi piani del palazzo: - Teresa!

La mia ombra si spaventò della luna e mi si rannicchiò tra i piedi.

Passò uno. Io chiamai ancora: - Teresa! - Quello s'avvicinò, disse: - Se non chiamate più forte non vi sente. Proviamo in due. Allora: conto fino a tre, al tre attacchiamo insieme -. E disse: - Uno, due, tre -. E insieme gridammo: - Tereeesaaa!

Passò un gruppetto d'amici che tornavano dal teatro o dal caffè e videro noi due che chiamavano. Dissero: - Su, che vi diamo una voce anche noi -. E anche loro vennero in mezzo alla strada e quello di prima diceva uno due e tre e allora tutti in coro si gridava: - Te-reee-saaa!

Passò ancora qualcuno e si unì a noi: dopo un quarto d'ora eravamo radunati in parecchi, una ventina quasi. E ogni tanto arrivava qualcuno nuovo.

Metterci d'accordo per gridare bene, tutti insieme non fu facile. C'era sempre qualcuno che cominciava prima del tre o che tirava troppo in lungo, ma alla fine si riusciva a fare già qualcosa di ben fatto.

Si convenne che - Te - andava detto basso e lungo, - re - acuto e lungo, - sa - basso e breve. Veniva molto bene. Poi ogni tanto qualche litigio per qualcuno che stonava.

Già si cominciava ad essere affiatati, quando uno, che, a giudicare dalla voce, doveva avere la faccia piena di lentiggini, chiese: - Ma siete proprio sicuro che sia in casa?
- Io no - Risposi.
- Brutt'affare - disse un altro. - Dimenticato la chiave, vero?
- Per quello - dissi - io la chiave ce l'ho.
- Allora - mi si chiese - perché non salite?
- Ma io non sto mica qui - risposi - Sto dall'altra parte della città.
- Ma, allora, scusate la curiosità - chiese circospetto quello con la voce piena di lentiggini - qui chi ci sta?
- Non saprei davvero - dissi.

Ci fu un po' di malcontento intorno.

- Ma si può sapere allora - chiese uno con la voce piena di denti - perché chiamate Teresa qua sotto?
- Per me - risposi - possiamo chiamare un altro nome, o in un altro posto. Per quel che costa.

Gli altri ci rimasero un po' male.

- Non avete voluto mica farci uno scherzo? - chiese quello delle lentiggini, sospettoso.
- E che? - dissi, risentito e mi voltai verso gli altri a chieder garanzia delle mie intenzioni.

Gli altri restarono in silenzio, mostrando di non aver raccolto l'insinuazione.
Ci fu un momento di disagio.

- Vediamo - disse uno, bonario. - Possiamo chiamare Teresa ancora una volta, poi ce ne andiamo a casa.

E si fece ancora una volta - uno due tre Teresa! - ma non riuscì tanto bene. Poi, scantonammo, chi da una parte, chi dall'altra.
Ero già svoltato in piazza, quando mi parve di sentire ancora una voce che gridava: Tee-reee-sa!

Qualcuno doveva esser rimasto a chiamare, ostinato.

20091019

Quando si dice "saper fare i Conti"


Pennarello lavabile Carioca su carta Fabriano, cm 14x20

Il bicchiere infrangibile di Achille Campanile

Io e Teresa, voi lo sapete, siamo due tipi economi. Non avari, no, questo no. Ma ci piace non sperperare. Invece Marcello, è tutt'altro tipo e non si direbbe mai nostro figlio, per quel che riguarda i bicchieri. È capace di prendere un bicchiere e lasciarlo cadere tranquillamente a terra. Proprio non fa nessun conto del denaro che costano.  Forse col tempo si correggerà. Ma per ora - ha tre anni - i bicchieri immagina che servano unicamente per essere rotti. Abbiamo provato a dargli un bicchiere d'argento, ma non ha voluto saperne. Non beve se non ha un bicchiere come i nostri. E noi non possiamo bere tutti in bicchieri d'argento. Allora, dopo che egli ebbe rotto un intero servizio e che mia moglie ne ebbe comperato un altro per dodici, io ho avuto un'idea geniale: prendere per Marcello un bicchiere infrangibile. La cosa non è stata facile, perché occorreva un bicchiere come i nostri, altrimenti Marcello non beve. Ma dopo molte ricerche ho potuto trovarlo. L'ho portato a casa e ho fatto riusciti esperimenti davanti a familiari, prima di dir loro che era un bicchiere infrangibile.

Osservo di passaggio che il primo esperimento mi ha valso un litigio con mia moglie, che credeva mi fossi messo a giocare a palla con un comune bicchiere del servizio buono. Invece Marcello s'era divertito un mondo all'esperimento e in giornata, prima che qualcuno potesse impedirglielo, capitatogli a tiro un bicchiere del servizio buono, egli, che ignorava che io avevo operato con un bicchiere speciale, l'ha scaraventato a terra. Ma questo non c'entra sebbene abbia ridotto il numero dei bicchieri da dodici a undici.

Insomma tutto è andato liscio, fino al giorno dopo.
Fino a quando, cioè, la donna di servizio non è venuta a chiamarmi dicendo:

"Debbo apparecchiare la tavola. Per favore, qual è il bicchiere infrangibile?".

Quell'imbecille l'aveva messo nella credenza, assieme con gli altri. E poiché erano tutti uguali, lascio a voi immaginare il suo ed il mio imbarazzo quando s'è trattato di scegliere il bicchiere da mettere davanti a Marcello.

"Razza di cretina", ho gridato "prima lo confondete con gli altri e poi volete sapere da me qual è".

È accorsa mia moglie, che per fortuna non è un tipo nervoso. L'ho scelta apposta così, dopo anni di ricerche.

"Via", ha detto "ora lo troveremo".

Ci siamo messi a esaminare con la più grande attenzione tutti i bicchieri. Ma non c'era nessuna differenza. Ripeto: avevo cercato apposta un bicchiere infrangibile identico ai nostri del servizio. Alla fine mia moglie ha detto:

"Mi pare questo".
"Uhm", ho detto "a me pare piuttosto quest'altro".

È questo è quest'altro, è questo, è quest'altro, è andato a finire che mia moglie, convinta che il suo fosse quello infrangibile, l'ha lasciato cadere per dimostrarmelo. Ed è stata una vera soddisfazione, per me, vedere il bicchiere rompersi e trionfare la mia tesi.

"Ma non è nemmeno il tuo", ha gridato mia moglie, che cominciava a irritarsi.

"Eh, non è questo?" ho gridato.

E giù, il bicchiere per terra. È seguito un grido di trionfo; non mio, ma di mia moglie, raggiante di vedere che il bicchiere era andato in mille pezzi, appena toccato il suolo.

"Oh, questa è bella", ho detto. "Allora non era nessuno dei due".

"Pare di no" ha esclamato mia moglie perplessa.

La presenza d'un misterioso bicchiere infrangibile fra quelli frangibili del nostro servizio ci rendeva inquieti e nervosi. Quale dare a Marcello? Con lo scegliere a caso, c'era probabilità di indovinare quanto di sbagliare. E un errore significava un bicchiere rotto.

Stavamo appunto discutendo sul da farsi, quando un grido ci ha raggiunti dalla vicina stanza: la donna di servizio, provando per conto proprio, aveva rotto un bicchiere. Era il quarto del servizio buono. Benché la cosa fosse tutt'altro che piacevole, pure presentava il vantaggio di restringere notevolmente il campo delle ricerche; ormai il bicchiere infrangibile era uno degli otto rimasti; vale a dire che avevamo soltanto sette probabilità su otto di rompere un bicchiere. Probabilità che scesero a sei tosto che io, incoraggiato da questo calcolo, feci un nuovo esperimento, conclusosi con la quinta rottura. Al quale seguirono un esperimento di mia moglie e uno della domestica, altrettanto disgraziati.

Ormai ci eravamo accaniti nella ricerca. Andavamo afferrando bicchieri a caso e, al grido di: "è questo!", li scaraventavamo con rabbia per terra.

Rimasti due soli bicchieri, m'imposi.

"Ormai", dissi "è inutile continuare stupidamente a provare con tutti. È chiaro che il bicchiere infrangibile è uno di questi due. Proviamo a scaraventarne per terra uno solo: se non si rompe, vuol dire che è quello infrangibile; se si rompe, vuol dire che quello infrangibile è l'altro".

Provammo.

Quello infrangibile era l'altro. Finalmente si sapeva. Proprio l'ultimo, purtroppo, ma ormai s'era assodato.

"Io" dissi, asciugandomi il freddo sudore che m'imperlava la fronte, "non ci credo ancora, che sia questo".

"Proviamo", disse mia moglie.

Alzai il bicchiere per lanciarlo a terra. Ma un presentimento mi trattenne.

"Non si sa mai", dissi se per caso non è nemmeno questo, si rompe".

Con mille precauzioni andammo a mettere il bicchiere infrangibile al sicuro.



20090929

Cercasi Nuovo Titolo

Può essere che sia una mia personale prerogativa di vita ma solo grazie alla casualità mi imbatto in cose che a mio gusto ritengo più interessanti di altre.
In quest'occasione pubblicizzo volentieri una trasmissione radiofonica che ascolto con grande "golosità intellettuale".

Radio Rai 3, Il Terzo Anello - Castelli in Aria, dalle 18.00, Edoardo Lombardi Vallauri:

Sono castelli di cristallo, questi che costruisce nell'etere il linguista fiorentino Edoardo Lombardi Vallauri, semplificazioni, che tracciano la vita quale figura geometrica, dove le cose vaganti trovano un posto, e quelle dai contorni indefiniti si precisano, come parti di un cristallo o di un progetto architettonico. Semplificazioni che non esauriscono la varietà delle cose reali, e forse perfino la tradiscono; ma al tempo stesso permettono di comprenderla e dominarla in maniera quanto mai efficiente, e inducono a riflettere su molte cose in un modo nuovo.
(da http://www.radio.rai.it/radio3/terzo_anello/castelliinaria/index.cfm)

Gli argomenti, intervellati da una seducente "musica colta", mi attraggono proprio perché affrontati a trecentosessanta gradi e spingono necessariamente ad un tipo di riflessione sensata e analitica.

Per chi, come me, ha una curiosità di comprensione che raramente viene soddisfatta, forse perché troppo cavillosa e pignola, ma ha la pazienza (e mi auguro il piacere) di ascoltare, consiglio la puntata di ieri in cui si parlava di "Superpoteri, Pro e Contro".

Ne riporto il link diretto:

http://www.radio.rai.it/podcast/A0048012.mp3

oppure

http://www.radio.rai.it/radio3/view.cfm?Q_EV_ID=297952#

20090913

Norimberga

Questo è un libro che credevo di aver perso, o peggio, che qualche amica non me l'avesse restituito visto il successo riscosso.

Totalmente femminista in cui ogni uomo è un bastardo e ogni donna è una dea, è scritto a due mani da Adele Lang e Susi Rajah e si chiama: Come beccare un bastardo dal suo segno zodiacale.

Preferisco non riportare nessuno dei profili maschili descritti in cui vengono ampiamente riportati difetti, ossessioni, manie, piccoli accorgimenti per il riconoscimento, tipologie di seduzione, abbordaggio, "carico e scarico" del soggetto analizzato, perché non lo trovo equo e non potrei certo trascriverli tutti.

Posso però riportare (tanto per dare un'idea) le caratteristiche zodiacali generiche dei 4 elementi attribuite dalle autrici ai "bastardi".

Segni di fuoco (Ariete, Leone, Sagittario):
Siamo-Bollenti-Quindi-Zitta-E-Adoraci

Segni di Terra (Toro, Vergine, Capricorno):
Ciao-Siamo-Gli-Uomini-Più-Noiosi-In-Circolazione

Segni d'aria (Gemelli, Bilancia, Acquario):
Vi-Amiamo-Non-Vi-Amiamo

Segni d'Acqua (Cancro, Scorpione, Pesci):
Non-Odiateci-Siamo-Solo-Sciacquette

Pochi giorni fa è stato il mio compleanno e questo è il ritratto del mio segno. Se mi rispecchia? In effetti...


La Dea della Vergine

Dite un po': è vero, le storie d'amore sono difficili da tenere in ordine e gli uomini hanno sempre un mucchio di noiosissimi difetti. Ma in fondo pensate sia un vostro preciso dovere (e voi non siete di quelle che si sottraggono al dovere).

Cercheremo quindi di presentarvi le cose col massimo della chiarezza e dell'efficienza.

Non dovete far altro che accomodarvi sulle vostre lenzuola fresche di bucato e aspettare che l'amore arrivi.

Vi abbiamo organizzato un appuntamento con ognuno dei dodici bastardi, che verranno a voi in rigoroso ordine astrologico.

Ore 8,00. Forse non è proprio il soggetto migliore con cui cominciare. Un tantino opprimente, non è vero? È l'Ariete. Un barbaro, in effetti. Certo, capiamo benissimo che la prospettiva di tutti quei peli sparsi dentro al letto... Ma indubbiamente voi gli piacete... No, non crediamo sia disposto a tagliarsi almeno i peli del naso... Va bene: avanti il prossimo...

Ore 9,00. Sì, il Toro. Un ragazzo solido... No, ha chiesto solo se durante l'appuntamento si poteva avere la colazione... Il prossimo...

Ore 10,25. Questo è il Gemelli. Sì, è vero, è in ritardo di 25 minuti. No, non ci pare abbia una scusa valida. Sì, certo, pensiamo che sia anche capace di stare fermo e zitto, qualche volta. E no, non crediamo possa fare a meno di flirtare contemporaneamente con tutte noi, è nella sua natura. Avanti il prossimo...

Ore 11,00. Cancro. Un'animuccia vuInerabile. Due occhietti così tristi. No, in genere non esce molto... Dice che gli piace quando lo criticate perché gli ricordate tanto la mamma. Sì effettivamente è un po' pervertito... Avanti il prossimo...

Mezzogiorno in punto. Questo è il Leone. Dice che dovreste aver sentito parlare di lui, a quanto pare è famoso. Come dite? Non l'avete mai sentito nominare? No, non avete detto niente di sbagliato solo che lui è suscettibile su certe cose. Il prossimo...

Ore 12,55. Eccovi un Vergine. Sì, in effetti è molto puntuale - addirittura in anticipo. Niente male, no? Vi capiamo, dopo un po' darebbe sui nervi a chiunque. No, voi non siete affatto così. Il prossimo.

Ore 14,10. Bilancia. Simpatico e giovanile. Perché rimane lì sulla soglia? Ecco, a quanto pare non riesce a decidere se entrare o no. Il vostro aspetto gli piace, ma è terrorizzato all'idea che ci sia un'altra ragazza più attraente che riceve i pretendenti oggi da qualche altra parte... Sì, d'accordo con voi. Il prossimo…

Ore 15,15. Uno Scorpione. No, dice di essere venuto in ritardo apposta. No, per quanto ne sappiamo non è dotato di visione ai raggi x, e quindi non dovrebbe essere in grado di vedere attraverso la vostra camicia da notte. Lui le donne le guarda sempre così. Dice di essere venuto perché ha sentito che siete vergine... Certo, non poteva sapere che... il prossimo...

Ore 16,05. Sì, il Sagittario. Ecco, dovete perdonarlo, non l'ha rotto apposta quel vaso... e nemmeno quest'altro. No, non è pericoloso, è solo goffo. Pensiamo che potrebbe piacervi moltissimo se solo... Oh no, un altro vaso? Il prossimo...

Ore 17,00. Capricorno, in perfetto orario. Finalmente una persona affidabile - un uomo pratico, abituato a maneggiare i soldi. E anche lui vi trova perfetta. Se è romantico? Be', ecco... Il prossimo.

Ore 18-19. Ecco, a quest'ora avrebbe dovuto presentarsi l'Acquario. No, non sappiamo perché non si è nemmeno fatto vedere. Sì, probabilmente è meglio così. Il prossimo...

Ore 20,00. Pesci. Sì, è terribilmente dolce... e gentile... e romantico... Dice che siete la cosa più bella, più pura su cui abbia mai posato gli occhi. Sì, è davvero molto carino... Certo. Lui dice sempre cose del genere, ma non le pensa nemmeno per un secondo... tranne che in questo caso, ovviamente... No, non lo sappiamo dove sia andato adesso... e nemmeno se ritornerà.

Ecco, questo è tutto. Ancora una volta avevate ragione voi (come sempre, del resto): non sono degni di sporcarvi le mutandine. Meglio mantenervi come siete, un modello di virtù. No, non siete state assolutamente troppo selettive. Forse è meglio lasciar perdere.

E poi, per voi è già ora di rientrare in convento.


Fonte dell'immagine: http://www.dariamueller.com/articoli/mitoGreco_terra.html

20090726

Nature vive (e un intruso)


Gli zucchini gialli di PierLuigi (Cutigliano - PT)
Non ne avevo mai visti di questo genere, hanno un sapore più dolciastro rispetto agli zucchini tradizionali. Cucinarli trifolati è sempre una garanzia ma, assolutamente da provare, tuffati in una pastella a base di latte e farina e fritti.


La rosa di Rosalba (Migliorini - PT)



L'orto di Oriano e Anna (Campo Tizzoro - PT)
Da sinistra, in senso orario: pomodori ciliegini, cipolle, porri, fagiolini, zucche.


Pianta di zucca dell'orto di Oriano e Anna (particolare)


Si svolge a Le Piastre (PT) e le iscrizioni sono ancora aperte...

:)

20090702

Un giorno speciale

Ne avevo in mente un paio bellissime ma troppo "classiche" per il mio stile.

Questa mi è sembrata la più adatta, vuoi per il film che tanto mi è piaciuto, vuoi per il mio amore sconfinato per il pianoforte.

E anche se i suoi gusti al momento sono ancora incerti, spero che apprezzerà.

Se non amassi sarebbe tutto più semplice.

Ma se non amassi sarei un essere inutile e dannoso.

In un certo senso è un'arma a doppio taglio...

Il prezzo da pagare è altissimo ma (e qui nasce l'imbroglio), nel momento in cui conosci per la prima volta questo tipo di amore, non potrai più farne a meno, una catena di sofferenza, qualche rimorso e gioia smisurata.

Grande consolazione: una cosa buona nella mia vita sono riuscita a farla, per sempre e comunque vada.

Il regalo più grande che posso fare alla persona più rompicoglioni ed importante della mia vita?

La libertà, naturalmente.

Dio voglia che non mi lasci mai.